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Lavoro

DDL LAVORO/ Articolo 18 e contratti: torti e ragioni di Confindustria e Pdl

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Sarebbe un’ottima idea, se funzionasse. Se si trattasse, cioè, di un meccanismo effettivamente alla tedesca.

 

Quindi?

 

In Germania, sono le imprese e i sindacati (che siedono nei Consigli di sorveglianza, organi di governance della società) a gestire il licenziamento; e, quando si arriva a esso, vuol dire che è già stato operata una sorta di pre-filtro che lo ha autorizzato. Ciò non significa, di certo, che il lavoratore non possa impugnarlo. Tuttavia, la proposta conciliativa formulata dal giudice è accettata dal lavoratore nel 95% dei casi. Tale proposta, infatti, non è il frutto di una mera trattativa tra il lavoratore e l’impresa, ma di una composizione di interessi in cui lavoratore, impresa e sindacati giocano una partita che condividono. Del resto, la conciliazione è un istituto che, in Italia, già esisteva ed è stata di recente abolita, attraverso il Collegato lavoro, proprio perché non ha mai prodotto risultati apprezzabili.

 

Cosa dovrebbero chiedere le imprese sul fronte della flessibilità in uscita?

 

In questa fase, alle imprese converrebbe concentrarsi sugli appesantimenti in entrata, piuttosto che sulla flessibilità in uscita. Tanto più che non vedo particolari margini di manovra. Quindi, o si arriva ad una soluzione radicale, o ogni ulteriore modifica rischia di complicare ulteriormente la norma.

 

Sull’articolo 18, in ogni caso, cosa rappresenterebbe la svolta?

 

Occorrerebbe dare certezza a imprese e lavoratori, definendo una volta per tutte quando la causa del licenziamento è illegittima e quando non lo è; ovvero, il lavoratore deve sapere fino a che punto può considerarsi protetto, e le imprese fino a che punto possano o meno licenziare.

 

Veniamo, quindi, alla flessibilità in entrata: il Pdl critica la decisione di introdurre un aggravio contributivo dell’1,4% sui contratti a tempo determinato.


COMMENTI
14/04/2012 - riforma del lavoro e soluzione esodati (antonio petrina)

egr prof- Conte, la riforma del lavoro deve risolvere comunque la situazione degli esodati.Un rimedio sarebbe quello di attuare il principio civilistico di "tempus regit actum" finanziando le risorse necessarie dalla liberalizzazione dei servizi di selezione e colllocamento del lavoro attualmente demandati alle province che il decreto salva italia intende sopprimere. CAf e varie associazioni private ben sopperiscono alla bisogna con l'ausilio di Inps.