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Lavoro

DDL LAVORO/ Articolo 18 e contratti: torti e ragioni di Confindustria e Pdl

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Il contratto a termine è considerato pressoché da tutti una forma di flessibilità buona, esistente in qualunque economia avanzata. Garantisce i medesimi diritti del tempo indeterminato, salvo la durata. Non si capisce, effettivamente, perché si sia deciso di introdurre quell’onere aggiuntivo. Trovo, invece, positivo porre un limite alla reiterazione di tali contratti onde evitare il loro abuso per celare contratti a tempo indeterminato. Questo, tuttavia, non ha nulla a che fare con il loro utilizzo fisiologico che, se fosse limitato,  penalizzerebbe, in particolare, oltre alle imprese, l'entrata dei giovani nel mercato occupazionale.

 

Il Pdl, invece, chiederà di esentare dai criteri che impongono la trasformazione in co.co.pro. la fascia alta di tali rapporti.

 

E’ una misura ovvia, e di buon senso; molti lavoratori ricoprono, di fatto, posizioni da manager, guadagnando cifre decisamente elevate e sarebbe ridicolo che il loro rapporto di lavoro fosse tradotto in co.co.pro perché si avvalgono della partita Iva. Non solo: i criteri del reddito prevalente, della postazione fisica e del periodo di almeno sei mesi stabiliti dal governo sono decisamente grossolani e rischiano di colpire quelle professionalità autonome, definite  e di un certo livello, che andrebbero, invece, sostenute e salvaguardate. Mi riferisco, ad esempio, ai lavori creativi, ai consulenti o ai pubblicitari.

 

La riforma prevede per i lavori a chiamata o a intermittenza l’obbligo di comunicarne la durata alla Direzione territoriale del lavoro. Il Pdl ha chiesto di eliminare tale vincolo.

 

Capisco che sia una scocciatura burocratica che andrebbe snellita. Ma è, contestualmente, l’unico modo per impedire che questo rapporto nasconda forme miste tra lavoro in nero e lavoro a chiamata: capita, nei casi di abuso, che il lavoratore sia iscritto a matricola con un contratto di chiamata, che ufficialmente lavori una volta alla settimana ma, di fatto, cinque.

 

L’ultima richiesta da parte del Pdl consiste nella rimozione dei vincoli per l’assunzione di nuovi apprendisti, ove i vecchi non siano stati assunti a tempo indeterminato

 

Occorre uscire da un’ambiguità. Se si crede realmente che l’apprendistato rappresenti il cosiddetto contratto dominante per l’ingresso dei giovani nel lavoro, porre delle quote significa crederci solo a metà. Significa ammettere la presunzione e il sospetto che, di fatto, possa consistere in una sorta di “finto apprendistato” dove, in realtà, non si apprende nulla, assimilabile quindi a qualunque altro tipo di contratto. Sarebbe, in tal senso, sufficiente applicare la legge e verificare che, effettivamente, la formazione sia avvenuta. 

 

(Paolo Nessi)

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COMMENTI
14/04/2012 - riforma del lavoro e soluzione esodati (antonio petrina)

egr prof- Conte, la riforma del lavoro deve risolvere comunque la situazione degli esodati.Un rimedio sarebbe quello di attuare il principio civilistico di "tempus regit actum" finanziando le risorse necessarie dalla liberalizzazione dei servizi di selezione e colllocamento del lavoro attualmente demandati alle province che il decreto salva italia intende sopprimere. CAf e varie associazioni private ben sopperiscono alla bisogna con l'ausilio di Inps.