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DDL LAVORO/ Cazzola: così la Cgil ha messo in trappola Monti

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Susanna Camusso (Infophoto)  Susanna Camusso (Infophoto)

Oggi in Commissione Lavoro del Senato si chiude una fase importante del percorso legislativo del disegno di legge sul mercato del lavoro: quello della presentazione e della ordinata raccolta degli emendamenti che saranno esaminati dai relatori e successivamente votati. È abbastanza agevole prevedere come finirà. I gruppi che sostengono il governo raggiungeranno delle intese su alcuni punti, concordandole con il governo il quale però non sembra disposto a fare troppe concessioni, al punto di organizzare una serie di voti di fiducia compatibili con la formulazione di un disegno di legge anziché di un decreto d’urgenza. Per procedere mediante voti di fiducia, ci vorranno degli accorgimenti un po’ più laboriosi, ma non impossibili.

Del resto - è questo il paradosso dell’attuale situazione - il governo deve andare avanti comunque; quindi, per non correre rischi, le sue proposte devono essere approvate. E il provvedimento non può essere “snaturato” come sostiene sempre la volitiva ministro del Lavoro. Allora, sempre che le cose non peggiorino (la Cgil ha già protestato per “l’indebolimento” della lotta alla precarietà), c’è da aspettarsi qualche aggiustamento delle norme sulla flessibilità in entrata (partite Iva, contratti a termine, apprendistato) che serviranno sicuramente a correggere il testo iniziale e a contenere gli effetti degli svarioni che vi sono contenuti: un impianto complessivo squilibrato (non si è realizzato lo scambio tra maggiori tutele in entrata e minore rigidità in uscita), una nuova disciplina del licenziamento individuale confusa e pasticciata, una manipolazione dei rapporti di lavoro flessibili introdotti dalla legge Biagi, che vengono sottoposti, a fronte del verificarsi di certe circostanze di fatto individuate con modalità assai discutibili, a una pregiudiziale di illiceità, salvo prova contraria.

Alla fine, il mercato del lavoro diventerà più rigido. E questa conclusione, in una fase di recessione dell’economia, si tradurrà in nuovi vincoli per le imprese e, quindi, in difficoltà per l’occupazione. Ma come si è arrivati a tal punto? Com’è stato possibile scrivere un disegno di legge sbagliato e ostinarsi a farlo approvare? Il fatto è che in tanti sono caduti nella trappola della revisione dell’articolo 18 ovvero hanno creduto che il governo fosse intenzionato ad agire sul serio nell’affrontare il padre di tutti i tabù del conservatorismo italiano. E forse il governo ci ha pure provato. Monti e i suoi ministri hanno dimostrato più volte che la loro azione di governo si concretizza nel mandare ai mercati e ai partner europei dei segnali forti, quasi emblematici, volti soprattutto a segnalare l’indicazione di un cambiamento del Paese rispetto alle attitudini di un passato divenuto insostenibile.



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