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QUALCOSA DI SINISTRA/ Quei posti di lavoro "pronti" per i giovani

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In questo senso un piccolo passo in avanti potrebbe essere rappresentato dal contratto di apprendistato, forse la novità più significativa della riforma del mercato del lavoro varata dal Governo Monti e allo studio delle Camere. È un contratto rivoluzionario, anche se finora poco capito, non solo perché tende a limitare al proprio ambito le troppe, attuali modalità di accesso flessibile al mondo del lavoro - e quindi fa piazza pulita dei troppi abusi spesso praticati dalle imprese - ma soprattutto perché cerca di valorizzare il momento dell’apprendimento professionale sul luogo di lavoro che è proprio di tante attività, ma anche e soprattutto di quelle artigianali, proprio quelle trascurate dai giovani.

Oggi, con l’apprendistato, il giovane alle prime armi può essere assunto per tre anni e poi non confermato, se non meritevole o non più necessario all’impresa, ma nel triennio, a fronte di una retribuzione ridotta e di un onere contributivo in parte coperto dallo Stato, quindi di un basso costo del lavoro, l’impresa s’impegna direttamente o indirettamente a insegnargli il mestiere. È quel che le imprese sane, ben dirette, animate da imprenditori o capi illuminati, hanno sempre fatto. Ora è diventato canone di legge, agevolato finanziariamente. C’è da sperare che le imprese e i giovani se ne servano.

E qui occorre una precisazione. Le periodiche lamentazioni delle imprese contro il mondo della scuola e dell’università, rilanciate l’altro giorno in un convegno degli artigiani a Treviglio, le loro bordate ricorrenti contro la pubblica istruzione rea di non formare adeguatamente i giovani al lavoro, pur accoglibili sotto tanti profili tecnici, vanno però in parte rispedite al mittente. Nel tanto decantato modello tedesco, la scuola brilla - soprattutto sui versanti professionali e formativi - proprio perché da sempre, riconoscendo i propri limiti strutturali, vocazionali e esperienziali, bilancia e media il proprio ruolo didattico diretto con una stretta collaborazione con le imprese, chiamate a integrare sul campo la formazione dei giovani, ricevendone in cambio non solo sgravi economici, ma anche l’opportunità operativa della costante disponibilità di un vivaio di risorse fresche, competenti e già preparate, proprio in azienda, ai compiti che potrebbero essere chiamati a svolgere. È insomma arrivata l’ora in cui le imprese, oltre a continuare a chiedere cosa lo Stato e le sue leggi possono fare per loro, inizino a chiedersi cosa loro possono fare per lo Stato e per il Paese, incrociando i propri interessi con quelli comuni.