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Lavoro

IL CASO/ Se il lavoro diventa "nemico" delle imprese

Se il lavoro viene considerato alla stregua di uno dei molteplici fattori produttivi, spiega GAETANO TROINA, allora perde la sua vera natura e non è più utile al bene comune

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La recessione economica ha come sua peculiare caratteristica quella di abbassare i livelli della domanda dei beni di consumo e di conseguenza quella di abbassare i livelli produttivi delle imprese che, spesso, si vedono “costrette” a ridurre i livelli occupazionali; la diminuzione di questi ultimi, a sua volta, abbassa ulteriormente il livello dei consumi e così si mette in moto il classico cane che si morde la coda. Come uscirne?

Forse la prima risposta che dobbiamo darci è quella relativa al significato ontologico del lavoro. Dobbiamo, quindi, domandarci se il lavoro deve essere considerato alla stregua di uno dei molteplici fattori produttivi e, quindi, considerarlo solo un mero costo su cui l’impresa (che in questo caso si identifica con il capitale di proprietà) deve operare per rinvenire o mantenere i suoi desiderata livelli di surplus reddituale?

Se questa è la natura che attribuiamo al lavoro, allora risulterebbe corretta l’interpretazione capitalistica del fattore lavoro, secondo la quale esso è un fattore non primario, giacché questa caratteristica sarebbe posseduta solo dal capitale proprio investito nell’impresa che, di conseguenza, ha la precedenza a essere salvaguardato. Questo perché il capitale, secondo questa concezione, sarebbe il solo fattore produttivo che si assume il rischio d’impresa e, quindi, sarebbe l’unico fattore produttivo vincolato all’impresa che ne garantirebbe la sopravvivenza nello sviluppo tramite la postulazione dei necessari surplus reddituali e dei correlati livelli occupazionali.

Questa interpretazione dei rapporti fra capitale e lavoro all’interno delle imprese non è stata mai condivisa dalla Dottrina sociale della Chiesa: per essa, infatti, il lavoro non è solo un bene comune che deve essere sempre salvaguardato, ma è anche il fattore produttivo “originario” a cui spetta il primato rispetto al capitale che, invece, è sempre un fattore produttivo “conseguente” in quanto contemporaneamente il risultato e lo strumento dell’attività lavorativa dell’uomo. “Il lavoro è sempre una causa efficiente primaria, mentre il ‘capitale’[…] rimane solo uno strumento o la causa strumentale” (Lab. Ex. 12).

Scrive Giovanni Paolo II nella Laborem exercens (punto 12): “Il lavoro è un bene per l’uomo - è un bene della sua umanità - perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo e anzi, in un certo senso, ‘diventa più uomo’”. In questa posizione logica, di fatto, viene collegato il lavoro nella stessa ontologia dell’uomo; l’uomo è tale perché è capace di lavoro. Il lavoro è un “actus personae” in quanto il suo valore etico “senza mezzi termini e direttamente rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona” (Lab. Ex. 73).