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Lavoro

DDL LAVORO/ Rito "speciale" per i licenziamenti. L’esperto: non serve per snellire i processi

Secondo CESARE POZZOLI, invece che introdurne di nuovi, sarebbe sufficiente ottimizzare gli istituti giuridici, già di per sé funzionanti, per snellire realmente le cause di lavoro

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Giustizia lampo per le cause di lavoro: il ministero retto dalla Fornero, di concerto con quello della Giustizia, sta individuando la strada per snellire i tempi della cause relative ai licenziamenti. L’idea è quella di istituire un nuovo rito "speciale", ove ogni passaggio non duri più di 30 o 60 giorni. A ciascun tribunale sarebbe imposto uno spazio settimanale dedicato a controversie del genere, mentre sarebbe introdotta, contestualmente, la conciliazione obbligatoria per i licenziamenti di natura economica, da tentarsi di fronte alle Direzioni territoriale del Lavoro. Non sarà che tutto ciò sortirà effetti opposti alle intenzioni? IlSussidiario.net lo ha chiesto a Cesare Pozzoli, avvocato esperto di Diritto del lavoro. «Già ora - afferma - esistono norme processuali che disciplinano il rito del lavoro. In particolare, il processo del lavoro, introdotto nel 1973, funziona di per sé abbastanza bene, è collaudato e garantisce tempi, tutto sommato, accettabili. E ha in sé norme equilibrate e semplici che coniugano piuttosto bene le esigenze di oralità e speditezza del processo e quelle di ricerca della verità materiale. A Milano, per intenderci, un processo del lavoro dura, in primo grado, mediamente un anno». Altrove, i tempi possono significativamente aumentare: «Ci sono tribunali dove, effettivamente, la durata dei processi di primo grado può arrivare anche a due o tre anni». Pozzoli ci parla di un secondo istituto giuridico: «Esiste la procedura d’urgenza, prevista dall’articolo 700 del Codice di procedura civile, pienamente applicabile al processo del lavoro e in grado di consentire una decisione nell’arco di 2-3 mesi».

Tutto ciò, di certo, è migliorabile. «Sarebbe, tuttavia, sufficiente aumentare gli organici, ottimizzare il funzionamento della macchina giudiziaria e rendere più efficienti e diffuse le norme del processo telematico per far funzionare norme che già ci sono e che sono sperimentate da ormai 40 anni, piuttosto che individuare ulteriori norme e mezzi processuali». Un terzo "rito del lavoro", infatti, inasprirebbe le criticità invece che risolverle: «introdurre un’ulteriore normativa creerebbe solamente confusione, determinando seri problemi di norme transitorie e alimentando l’incertezza: proprio quanto la comunità internazionale ci rimprovera». Nel documento ministeriale che prevede una "corsia veloce" per i licenziamenti non si tiene neppure in considerazione, tra le altre cose, una situazione di fatto: «spesso, alla cause di licenziamento, si associano domande ulteriori per mobbing, differenze retributive o altre rivendicazioni». Il legislatore dovrà porsi un problema molto serio: «o si differenziano le cause, "isolando" quella per licenziamento dalle altre e aumentando, di conseguenza, i contenziosi, che verrebbero in tal modo frazionati e proposti con riti diversi, con gravi problemi di connessione; oppure, trattandole in un unico processo, non si sortirà verosimilmente l’effetto voluto, perché si finirà per creare un ulteriore "rito veloce" per quasi tutte le controversie di lavoro, intasando in questo modo gli uffici giudiziari». I tempi, a questo punto, non si saranno certamente ridotti. «In quest’ultimo caso, sarebbe comunque necessario dedicare al "nuovo rito speciale" nuove risorse e ulteriore personale che non si comprende perché non possa essere impiegato per far funzionare a regime e migliorare gli istituti già esistenti».