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Non è così che il Paese può ripartire

Qual è il criterio con cui giudicare una riforma? Nell’attuale dibattito sembra che l’unico problema sia l’equa ripartizione delle risorse disponibili. Il commento di STEFANO COLLI-LANZI

Elsa Fornero e Mario Monti (Infophoto) Elsa Fornero e Mario Monti (Infophoto)

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Qual è il criterio con cui va giudicata una riforma? Nell’attuale dibattito sembra che l’unico problema sia l’equa ripartizione delle risorse disponibili. Pur riconoscendo l’importanza di questo fattore, altri due vanno tenuti compresenti, considerati e verificati insieme: la crescita ottenibile dalle decisioni assunte e il loro orientamento al medio-lungo termine.

Nel dare un giudizio complessivo su una riforma, è anzitutto necessario domandarsi se sia in grado di creare valore, non solo incidendo sul Pil, ma anche sviluppando opportunità di crescita per la società intera. In altre parole, è necessario domandarsi se - per riprendere un’interessante distinzione di Paulo Coelho - si stia cercando semplicemente di “costruire” qualcosa, col rischio di finire per essere limitati dalle stesse pareti costruite, o se piuttosto si stia vivendo l’avventura di “piantare” semi per un nuovo giardino: “quelli che piantano soffrono con le tempeste e le stagioni, raramente riposano. Ma, al contrario di un edificio, il giardino non cessa mai di crescere. Esso richiede l’attenzione del giardiniere, ma, nello stesso tempo, gli permette di vivere come in una grande avventura”.

Non ci si può tuttavia arrestare nemmeno a questo interrogativo. Bisogna infatti verificare se una riforma possa costituire lo strumento per un’autentica solidarietà tra generazioni e quindi se le misure concepite esprimano una logica di medio-lungo termine; se siano, cioè, il frutto di scelte da “statisti” o da semplici “politici”, perché - come ebbe a dire Alcide De Gasperi riprendendo il pensiero di Paul Clarke - “un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni”. Smettiamola con le facili demagogie che ricordano continuamente l’ovvia necessità di aiutare i giovani: riflettiamo piuttosto sul fatto che le decisioni sono buone quando durano nel tempo e consentono un migliore sviluppo per tutti.

Solo considerandola insieme a questi due fattori - crescita e orientamento al medio-lungo termine - l’equità giustamente perseguita assurgerà alla sua appropriata dimensione di fattore capace di garantire un’adeguata distribuzione delle risorse e delle opportunità che una riforma deve contemplare. Ma questa posizione unitaria va cercata e messa in atto fin dall’inizio del confronto, altrimenti nessuna negoziazione potrà mai ricostruirla: da una partecipazione al tavolo delle trattative che abbia come orizzonte la mera difesa dei propri interessi non potrà certo scaturire, come per magia, una qualche soluzione che trasformi interessi parziali e divisi in sintesi equilibrate e in grado di contribuire al bene di tutti.