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Lavoro

QUALCOSA DI SINISTRA/ Manager, i nuovi precari creati dalle imprese

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In un simile scenario, come sarebbe stato possibile che il management restasse un ruolo, una professione ambita, quotata? In un simile scenario non poteva essere. Ah: inoltre quasi sempre, in tempo di crisi, il manager si vede caricato di funzioni odiose. Tagliare il personale di cui è responsabile; strangolare i fornitori sui prezzi e sulle condizioni di pagamento; qualunque cattiveria, purché il singolo manager obbedisca e salvi la poltrona. Oltretutto, di questi tempi, obbedire al capo significa salvare la propria poltrona e salvargli la sua, tenendoselo lì dov’è anziché rischiando di destabilizzarlo inducendo la proprietà a sostituirlo, perché allora scatterebbe il “si salvi chi può”, con tutte le incognite gerarchico-funzionali legate a un cambio di capo-azienda.

“Nel cambio del rapporto di forza all’interno delle aziende”, scrive Milletti nel suo saggio, “il capo, al quale è affidata la difficile missione di ristrutturare e rilanciare la società, diventa sempre più capo e meno manager, nel senso che aumenta il divario tra lui e i suoi riporti, il che può portare ad incrinare l’ultimo ed inviolabile tabù del manager: il rispetto per il suo status. Lo ‘zerbinaggio’ contamina l’organizzazione, spezzoni di orgoglio si trovano solo nei quarantenni che pensano di avere comunque ancora un mercato esterno. I cinquantenni navigano, puntando all’agognata isola della pensione che si allontana di giorno in giorno. Il rispetto delle regole di corretta gestione manageriale si assottiglia: è il tramonto del mito”.

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