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QUALCOSA DI SINISTRA/ Manager, i nuovi precari creati dalle imprese

Gli ultimi dati Istat dicono che dal 2008 sono oltre 100mila i manager italiani che hanno perso il posto di lavoro. SERGIO LUCIANO ci spiega come si è arrivati a questa situazione

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“Il tramonto di un mito”: l’ha definito così Massimo Milletti, capo della branch italiana di Eric Salmon, una delle più qualificate società di “cacciatori di teste” europee. Il tramonto del mito del manager. Milletti ne ha scritto sull’autorevole “Harvard business review”. Il ruolo, la professione del manager è declinata a grandi passi, dal 2001 in qua. Avvitandosi addirittura, nella reputazione collettiva, dopo la crisi del 2008. I recenti dati dell’Istat lo confermano: dal 2008 in qua, 100 mila manager italiani hanno perso il posto. E sono diventati co.co.pro., consulenti aziendali occasionali, precari insomma. Perché, cos’è successo?

In fondo la spiegazione è semplice. La crisi è una brutta bestia per tutti. Nella crisi, non c’è promozione per nessuno. I sacri crismi del capitalismo affermano che la crisi non è solo distruzione ma anche ricostruzione, devastazione ma anche opportunità. Sarà. Ma per chi la vive sul campo è soprattutto sacrificio, dolore, danno. Da cos’è dipesa questa grande metamorfosi, in peggio, del ruolo manageriale?

Innanzitutto, dalla riorganizzazione che i grandi gruppi multinazionali hanno attuato un po’ ovunque. All’insegna del risparmio. Per cui le loro filiali locali, da aziende complete che erano, sono diventate cieche e mere filiali commerciali, con tutte le funzioni di staff riportate alle sedi centrali. Oggi i “country manager” di gruppi colossali, dell’elettronica o della farmaceutica ad esempio, sono poco di più che filiali di vendita. E non basta. Di fronte alla crisi macroeconomica globale, le aziende sono comunque chiamate a reagire nell’unico modo sicuro per ottenere risultati immediati: tagliando i costi. Tra gli altri costi, quello del personale di vertice.

Le riorganizzazioni - pavlovianamente, come sempre in questi casi - si somigliano tutte. “Azienda piana”, si dice. Significa che c’è un solo capo indiscusso, cui riportato venti, trenta dirigenti di funzione, tra staff e operations. Il capo supremo non ha quindi tempo per pensare. Vive di riunioni continue one-to-one, oppure - peggio - di riunioni collettive in cui però lui si pone come unico e diretto interlocutore di ciascun capo operativo, senza discussione, senza confronto, senza dialettica. “Non abbiamo tempo da perdere, si fa così e basta”. E i manager operativi, consapevoli del rischio che corrono dicendo di no, si allineano.

I criteri meritocratici ne risultano sovvertiti. Al premio per la propositività, la creatività e l’autonomia si sostituisce l’apprezzamento dell’obbedienza, del “signor sì”. E le aziende si ritrovano gestite da capi supremi sempre più ingolfati, sempre meno lucidi, sempre più trafelati, e da staff debolissimi, preoccupati solo di proteggersi la schiena, decisi a non dire sillaba che possa pregiudicare le loro posizioni facendogli rischiare il posto.