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DDL LAVORO/ Tra partite Iva e co.co.pro spunta un "buco" nella riforma

Elsa Fornero (Infophoto) Elsa Fornero (Infophoto)

Un’indicazione di carattere generale già è prevista dalla legge Biagi. La nuova norma stabilisce che di anno in anno un decreto indicherà un limite minimo. Si dovrà attendere, quindi, tale decisione per capire quali saranno gli effetti sortiti. Ci potrebbero essere collaborazioni obbligate ad adeguarsi al nuovo indice salariale, ma non è escluso che tale indice sarà di fatto superato dalle collaborazioni esistenti.

 

Come giudica, nel suo complesso, la riforma?

 

E’ stata presentata ai mercati come uno strumento in grado di allineare le condizioni del nostro mercato del lavoro a quelle degli altri paesi europei. Ma, in un contesto di recessione, non è sufficiente cambiare le regole del mercato del lavoro per aumentare l’occupazione. Questa legge, paradossalmente, si potrà giudicare se e quando ci sarà la ripresa. E, in ogni caso, è priva di alcune misure fondamentali.

 

Quali?

 

Il legislatore non ha previsto l’implementazione delle politiche attive del lavoro, salvo un articolo, il  65, che contiene una delega per una futura emanazione di norme relative ai servizi per l’impiego. Ma un sistema di strumenti di questo tipo è necessario fin da subito.

 

Perché?

 

Avendo stabilito di eliminare l’indennità di mobilità e riducendo il periodo di copertura di cui godono i lavoratori che perdono il posto (per lo meno quelli delle grandi aziende), è necessario aiutare chi non potrà essere accompagnato alla pensione a ricollocarsi. Del resto, è necessario passare dalla logica secondo cui chi perde il posto va assistito all’ipotesi di aiutarlo a trovare un nuovo lavoro. La prima strada, infatti, non è più sostenibile.

 

Gli stessi strumenti valgono anche per i giovani?

 

Certo. I servizi per l’impiego potrebbero contribuire in maniera determinante ad aiutare chi si deve collocare per la prima volta. Sarebbe, contestualmente, necessario che il mondo del lavoro interagisse organicamente con quello dell’istruzione. Nella fase di agevolazione della prima occupazione, si potrebebro introdurre serie iniziative di orientamento: terminati gli studi, per trovare lavoro; finite le scuole superiori, per scegliere l’università; e, conclusa la scuola dell’obbligo, per orientare chi non vuole o non può continuare gli studi a intraprendere un lavoro o un’istruzione di tipo professionale che possa avere sbocchi effettivi sul mercato. In sintesi, è necessario fare incontrare la domanda con l’offerta.

 

(Paolo Nessi)

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