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DDL LAVORO/ Tra partite Iva e co.co.pro spunta un "buco" nella riforma

Secondo GIORGIO MOLTENI, dalla riforma del mercato del lavoro sono del tutto assenti le uniche misure che potrebbero realmente contribuire a rilanciare il mercato occupazionale.

Elsa Fornero (Infophoto) Elsa Fornero (Infophoto)

Se la massa critica di persone senza lavoro, che lo hanno perso o che ne hanno uno che non gli dà di che vivere ha raggiunto, effettivamente, i sette milioni, si fa presto a farsi un’idea del carico di aspettative che grava sulla riforma della Fornero. E che, con ogni probabilità, resteranno nel novero delle illusioni. Certo, qualcosa di buono è stato fatto. Tra le principali modifiche apportate dagli emendamenti depositati in commissione Lavoro, al Senato, si è modificata la disciplina relativa alla partite Iva e ai co.co.pro in senso tutto sommato positivo. Per il resto, la strada è ancora lunga. Abbiamo raccolto il commento di Giorgio Molteni, Avvocato esperto di Diritto del lavoro.

Come valuta, anzitutto, le modifiche alla regolamentazione delle partite Iva?

Bisogna ammettere che l’emendamento va incontro alle esigenze e alle preoccupazioni di chi temeva che il progetto di legge penalizzasse eccessivamente le partite Iva, andando a colpire, in particolar modo, anche quelle vere. Si è pensato, quindi, di introdurre una limitazione all’operatività delle presunzioni previste dal ddl. Ovvero, se a determinate condizioni si presume che la partita Iva celi un rapporto di subordinazione, per quelle con un reddito lordo superiore ai 18mila euro tale presunzione non opera più. In questo caso, non significa che non potranno essere ricondotte nell’ambito della collaborazione coordinata o del lavoro subordinato, ma che sarà il lavoratore che dovrà dare prova dell’esistenza di tale subordinazione.

Crede che i criteri individuati siano sufficienti a limitare gli abusi o l’impresa a cui conviene tenere il lavoratore in regime di partita Iva avrà modo di trovare in ogni caso una scappatoia?

In realtà, molto spesso le situazioni di abuso, già con la normativa vigente, si reggono su una situazione di reciproca convenienza. Se il lavoratore non adisce per vie legali è perché, in genere, non gli conviene. Per tre ragioni: o preferisce lavorare effettivamente in regime di autonomia perché ha più committenti; o perché l’impresa non è in grado di assumerlo, ma lo paga di più; o, infine, lavora per una piccola azienda e sa che riqualificando il rapporto non porterebbe a casa nulla. Per il resto, laddove sussistano abusi eclatanti, il lavoratore che fa causa vince nel 95% dei casi.

Crede, invece, che il salario minimo previsto per i co.co.pro determinerà benefici?