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IL FATTO/ Se il metodo-Volkswagen fa più "ricchi" impresa e lavoratori

Oggi è stato firmato un contratto molto innovativo tra i sindacati e Volkswagen Group Italia. Insieme a GOFFREDO DI PALMA ne scopriamo gli elementi più salienti

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A Verona minimizzano. Ma quello che è accaduto oggi rischia di cambiare il panorama e il futuro dei rapporti sindacali in Italia, specie nel settore automobilistico. Tutti i sindacati, compresa la Cgil, e Volkswagen Group Italia, l’azienda con un migliaio di dipendenti che rappresenta il pilastro italiano del colosso tedesco hanno, infatti, siglato un Contratto integrativo di partecipazione aziendale, ovvero un accordo che prevede il contributo attivo dei lavoratori e la loro partecipazione all’interno dell’azienda. Non si è parlato, però, di concertazione, tavoli di confronto, possibilità di visioni comuni. Ma, seguendo un modello già consolidato in Germania, di una collaborazione fra l’azienda e i sindacati che si concretizzerà in cinque commissioni paritetiche che si accorderanno su temi quali i sistemi di retribuzione, la sicurezza sul lavoro e la tutela della salute e l’analisi e il controllo di ogni processo aziendale. Abbiamo sentito per ilsussidiario.net. il direttore del personale e organizzazione di Volkswagen Italia, Goffredo Di Palma che non ama parlare di “rivoluzione” piuttosto di “innovazione” e che usa la parola “collaboratore” e non “dipendente”.

Quali sono le caratteristiche del nuovo Contratto Integrativo di Partecipazione Aziendale di Volkswagen?

La premessa su cui si basa questo nuovo contratto è la “Carta dei Diritti dei Lavoratori del Gruppo Volkswagen nel Mondo” stipulata nel 2009 fra il Consiglio di Fabbrica Mondiale e l’Azienda e poi, a cascata, applicata nel rispetto della normativa nazionale a tutte le aziende del gruppo nel mondo. Questa è la premessa che ha permesso di portare a un’individuazione dei tre diritti fondamentali del lavoratore del Gruppo: il diritto di informazione, che mi sembra si spieghi bene da solo, il diritto di consultazione, vale a dire che se l’azienda intraprende una qualsiasi scelta ha il dovere di consultare il lavoratore, anche se questo non significa avere un diritto di veto; il terzo è il diritto di cogestione che, invece, attribuisce un diritto di veto alla rappresentanza sindacale.

È un contratto rivoluzionario per il mondo del lavoro italiano.

Non direi: vorrei sopire l’entusiasmo. È semplicemente la continuità di una cultura aziendale di gruppo che, da sempre, individua nella valorizzazione delle attività sindacali uno strumento di gestione aziendale. Non c’è nessuna rivoluzione e non è il caso di confrontarci con altre realtà, anche di settore, che operano nel comparto della produzione, ma semplicemente un’evoluzione innovativa. Ecco, innovativa ma non rivoluzionaria.

Eviteremo il confronto. Perché, dunque, innovativa?

Perché mette nelle mani non solo delle rappresentanze sindacali, che già sarebbe comunque un passo avanti, ma di tutti i collaboratori dell’azienda la possibilità di svolgere attività sindacale nel senso gestionale del termine, senza necessariamente essere iscritti. Qualsiasi progetto che venga elaborato sulla gestione, sull’organizzazione, sugli orari di lavoro può essere affrontato da gruppi di collaboratori che lo valorizzeranno nel proprio piano di lavoro: per noi, l’attività sindacale è una valorizzazione della persona prima ancora che uno strumento gestionale.

Quali i vantaggi per l’azienda?