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Lavoro

DISOCCUPAZIONE/ Ocse: Italia al 9,9% nel 2013. L’esperto: solo l’Europa può "salvarci"

LUCA SOLARI, commentando i dati dell’Ocse, spiega cosa potrà impedire che l’Italia faccia la fine della Grecia, e perché, a oggi, non è stata proposta una seria politica per lo sviluppo

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Pare che tutto trami perché il Paese si scoraggi e molli. I dati sulla nostra economia si rivelano sempre peggiori, mentre il quadro, con insistenza irritante, resta immune a ogni cambiamento. Non che finora, per la verità, sia stato mosso un dito per imprimere un'inversione di rotta. «L’impressione è che siamo sul punto di affogare: siamo in una pozza e l’acqua ha raggiunto il nostro naso. E, invece che uscire dalla pozza, continuiamo a togliere qualche secchio d’acqua, giusto per sopravvivere fino a quando non risalga», dice a ilSussidiario.net Luca Solari, docente di Organizzazione aziendale presso l’Università degli Studi di Milano. Sta di fatto che, dopo i dati negativi su spread, Pil, ordinativi, ora l’Ocse certifica pure che le previsioni sull’occupazione italiana sono funeree. I disoccupati saliranno alla fine del 2012 al 9,4% contro l'8,4% dello scorso anno, per poi toccare un picco del 9,9% nel 2013. Cosa impedirà all’Italia di fare la fine della Grecia o di percorrere una china che gradualmente ci precipiti ai livelli di Spagna e Portogallo? «Lo impedisce il fatto stesso che prima di noi ci sono loro - Spiega Solari -. E i mercati li percepiscono ancora più rischiosi di noi. Per il momento». La scenario potrebbe volgere al peggio. «Certo, se la Grecia dovesse lasciare l’euro, si porrebbe un effettivo problema di stabilità dell’Unione europea. A quel punto, se i mercati decidessero di farla collassare, l’attenzione potrebbe effettivamente spostarsi dalla Spagna e dal Portogallo, Paesi importanti ma, tutto sommato, economicamente marginali, all’Italia».

Non c’è da stupirsi. «La dinamica globale, basata sulla valutazione dei rischi e dei rendimenti attesi dagli investimenti economici, fa sì che una situazione di forte indebitamento e bassa crescita, come la nostra, rappresenti la condizione ideale per l’aggressione speculativa. Del resto, abbiamo un meccanismo politico che risponde a esigenze di carattere locale e particolare, e un organismo economico che, invece, agisce a tutti i livelli». Urge un rafforzamento del quadro economico europeo. «Il particolarismo tedesco - ma in futuro potrebbe provenire da altri - impedisce una risposta coordinata».

Eppure, stando nell’euro, la strada europea è obbligata: «Oggi, infatti, non disponiamo più di una leva fondamentale come la svalutazione competitiva della valuta». Dal canto suo, Mario Monti, con Hollande, si è fatto in Europa paladino della crescita. Ma, in Italia, si comporta come la Merkel in Europa. All’insegna del rigorismo dogmatico. «In Italia, in effetti, l’esecutivo non ha attivato strategia per la crescita, né sembra avere la benché minima idea in tal senso. Né potrà averle finche non farà delle scelte ben precise: quale parte dell’agricoltura vogliamo continuare a sostenere e quale no? Quale parte dell’industria vogliamo aiutare a sopravvivere, e per quali ragioni di concambio? Nessun Paese, infatti, salva le strutture industriali del suo Paese in favore di una proprietà privata senza alcun concambio». I motivi dello stallo sono da rinvenirsi nella caratteristiche stesse dell'Italia.