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Lavoro

ARTICOLO 18/ L’esperto: dipendenti statali e privati, ecco perché licenziare è “impossibile”

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L’affermazione coglie un aspetto vero. I contratti a tempo indeterminato hanno la caratteristica di fidelizzare, nel tempo, i lavoratori. Consentendo, spesso, di sortire risultati maggiori. Tuttavia, non di rado, può anche prodursi una dinamica opposta. Può capitare che il lavorare, sentendosi ormai del tutto al riparo, perda lo sprint iniziale e si appiattisca nella ruotine quotidiana. 

Se neppure il tempo indeterminato è sufficiente per innescare circuiti virtuosi, allora cosa suggerisce?

Si possono individuare una serie di stimoli alla competitività quali bonus, premi di produzione, piani di partecipazione dei dipendenti all'azionariato aziendale e, quando occorre, una maggior differenziazione retributiva a seconda della qualità del lavoro svolto. L'appiattimento generalizzato non funziona quasi mai: occorre mettere al centro la persona.

La Fornero ha fatto sapere che la spending review sarà “tostissima”. Se si taglia la spesa dovrebbero, in teoria, diminuire anche i costi. E’ auspicabile, quindi, una riduzione del costo del lavoro?

In Italia il cuneo contributivo, ovvero l’incidenza dei contributi previdenziali sul lavoro dipendente, rappresenta un unicum in tutta Europa. E, effettivamente, tagliare la spesa previdenziale dovrebbe consentire, contestualmente, l’abbattimento dei costi. Non mi risulta, tuttavia, che misure del genere siano contemplate nella spending review avviata dal Governo. 

Crede che si sia persa un’occasione, con la riforma, per diminuire il costo del lavoro?

Con la riforma aumenta il carico contributivo delle collaborazioni a progetto e dei contratti a termine mentre vengono ridotti gli ammortizzatori sociali. Questi ultimi, tuttavia, vengono contestualmente destinati a una platea allargata. Per ora, quindi, non è possibile stabilire se il saldo sia attivo o passivo.

 

(P.N.)

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