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DDL LAVORO/ Partite Iva e contratti, i nuovi “paradossi” della riforma

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Di ostacoli culturali, anzitutto, relativi ai contesti lavorativi. Andrebbe migliorata, quindi, la normativa finalizzata ad agevolare la donna nel disbrigo degli affari domestici, in particolare nella cura dei figli, in modo da ridurre quegli handicap che, di fatto, subisce in azienda da parte del datore di lavoro. Si tratta di handicap che, come si evince dalla statistiche, si verificano in termini di minor avanzamento di carriera rispetto agli uomini.

La Fornero ha fatto sapere che le sarebbe tanto piaciuto abbassare il costo del lavoro.

Credo che nessuno auspichi il contrario. Finora, tuttavia, in questa direzione non è stato posto in essere alcun tipo di provvedimento. Anzi. In certi casi, come nei contratti a termine, i costi sono aumentati. Eppure, la sfida del mercato del lavoro sarebbe dovuta essere proprio quella di abbassare i costi. Specialmente quelli per i contributi previdenziali. Tanto più che si è varata la riforma delle pensioni allo scopo di ridurre moltissimo la spesa, in termini di erogazione di prestazioni previdenziali. A questa manovra, quindi, ne sarebbe dovuta seguire una di taglio delle entrate. Se si tagliano le prestazioni, infatti, si dovrebbero ridurre anche i loro costi.

Perché, in ogni caso, hanno aumentato i costi dei contratti a termine?

Secondo il governo, il contratto a termine rappresenta una flessibilità che va penalizzata. Ma è un’idea sbagliata. In molti casi, infatti, non si tratta di un espediente per aumentare il profitto dell’azienda, ma di una strada necessaria. Basti pensare a quelle aziende che necessitano di un ricambio continuo dello stock lavorativo, settori strategici quali il turismo o la ristorazione.

Come valuta, invece, la decisione di aumentare da sei mesi a un anno la durata dei contratti a termine senza la necessità di specifica del "causalone"?

Il provvedimento evidenzia la contraddittorietà del disegno legislativo. Da un lato si tenta di scoraggiare i contratti a termine, dall’altro, si tenta di renderli più accessibili; di per sé, in ogni caso, l’eliminazione è un fatto estremamente positivo. Del resto, dalle statistiche risulta che i causaloni siano uno dei maggiori motivi di contenzioso che maggiormente gravano nei tribunali e nelle Corti d’Appello. Sarebbe stato meglio, in ogni caso, ragionare in termini strutturali. Eliminandolo del tutto.

E poi?

Per eliminare gli abusi, invece che discutere sulla legittimità o meno di un certo contratto a tempo determinato, sarebbe stato sufficiente introdurre delle quote; ovvero, stabilire che tutti i contratti a tempo determinato sono legittimi, a patto che non superino una quota pari, ad esempio, al 15-20% di tutti i lavoratori di un’azienda.  

 

(Paolo Nessi)

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