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Lavoro

DDL LAVORO/ Partite Iva e contratti, i nuovi “paradossi” della riforma

Il disegno di legge sulla riforma del lavoro ha passato il vaglio dell’esame in Commissione al Senato. MAURIZIO DEL CONTE ci spiega quali sono i punti ancora critici

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Fosse stato per la Fornero, lo ha detto lei stessa, la riforma avrebbe avuto due articoli. Primo: l’unica forma di contratto che possa dirsi realmente tale è quella a tempo indeterminato. Secondo: l’articolo 18 è abolito. Un po’ drastico. Non si doveva mica per forza, però, giungere a esiti opposti. Veti, rivendicazioni, considerazioni ed esigenze di varia natura, più o meno giusti, più o meno opportuni, han fatto sì che le intenzioni iniziali, in stile minimal, esplodessero in una costellazione di provvedimenti. Nel frattempo, mentre il Parlamento continua ad aggiungere, sottrarre, correggere e limare, la commissione Lavoro del Senato ha dato il suo ok al provvedimento. Se tutto va bene, entro giugno sarà legge dello Stato. Tra le recenti e più significative novità, l’introduzione di una soglia a 17-18mila euro di fatturato annui lordi, al di sotto della quale si presume che una partita Iva celi un rapporto di subordinazione. Abbiamo chiesto a Maurizio Del Conte, Docente di Diritto del lavoro alla Bocconi di Milano, cosa ne pensa.

Alberto Brambilla, su questa pagine, sosteneva che 18mila euro sono troppi. Nessuno, all’inizio, fattura più di 5-6mila euro. Spariranno, quindi, la partite Iva.

Effettivamente, chi apre una partita Iva, all’inizio, molto difficilmente fatturerà così tanto.

Quindi? Lei cosa propone?

Sarebbe necessario introdurre un correttivo come, ad esempio, si fa in certi casi nei regimi di tassazione; si potrebbe, cioè, fissare un numero di anni in cui non è necessario raggiungere tale limite. O consentire di raggiungerlo gradualmente. Si potrebbe stabilire, per intenderci, una soglia di 5mila euro per il primo anno, di 10mila per il secondo, di 17-18mila per il terzo.

Intanto, un  ordine del giorno della commissione impegna il governo a equiparare, entro il 2016, gli stipendi di uomini e donne, a parità di ruolo svolto.

La questione, in questi termini, è mal posta. In realtà, infatti, la parità di trattamento retributivo e normativo tra uomini e donne è un principio assolutamente già in vigore. Cosa ben diversa è la sua attuazione concreta, già sollecitata da una serie di disposizioni comunitarie. Occorre superare quegli ostacoli che, di fatto,  comportano un differenziale retributivo. Ma non si tratta di ostacoli giuridici.

Di cosa si tratta, allora?