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DDL LAVORO/ Ok dal Senato alla riforma con 231 sì e 33 no. Vota anche Monti

La riforma del mercato del lavoro è ultimata a metà. Il Senato ha dato il primo via libera, con 231 voti favorevoli, 33 contrari e 9 astenuti. Ora la palla passa alla Camera.

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La riforma del mercato del lavoro è ultimata a metà. Il Senato ha dato il primo via libera, con 231 voti favorevoli, 33 contrari e 9 astenuti. Un voto che giunge dopo che il governo aveva incassato la fiducia, ieri, su due emendamenti, e oggi, su altri due. Ora la palla passa alla Camera. Se tutto procede secondo i piani, la riforma dovrebbe diventare legge dello stato entro l’estate. Modificherà la disciplina vigente su svariati punti. Cambierà, anzitutto, l’articolo 18, anche se è opinione comune la normativa sui licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo non sarà assolutamente sovvertita. Benché, in certi casi, infatti, non sarà più prevista la reintegra, il datore di lavoro, ove il giudice lo stabilisse, dovrebbe corrispondere al lavoratore ingiustamente licenziato dalle 12 alle 24 mensilità. Sul fronte delle partita Iva, inoltre, saranno introdotti una serie di criteri volti a smascherare quella “finte”, ovvero quelle che, in realtà, celano un rapporto di lavoro subordinato. Tra le misure previste, vi è l’individuazione di un tetto minimo di 18mila euro di fatturato annui sotto i quali si presumerà che la partita iva è falsa. I contratti a termine costeranno di più, ma per un anno il datore di lavoro potrà, per un anno, non inserire il cosiddetto causalone, mentre sarà introdotto per i co.co.pro un salario minimo. Nel corso della votazione non sono mancati una serie di imprevisti e fuori programma. Erano presenti, oltre a, ovviamene, il ministro Elsa Fornero, altri colleghi, come Passera, Giarda, Gnudi e Di Paola. Poi, ha fatto la sua comparsa anche il presidente del Consiglio Mario Monti che, in quanto senatore a vita, ha partecipato alle votazione. Il premier è giunto in tempo per ascoltare l’intervento dell’ex presidente del Senato, Marcello Pera, che criticava la debolezza della riforma concertata, di fatto, con la Cgil. Il sistema elettronica di Palazzo Madama non ha riconosciuto la tessera elettronica di Monti che, per alcuni istanti, non ha potuto votare. Fino a quando il presidente dell’Aula, Renato Schifano, non gliene ha fatto prontamente avere un’altra. Poi, mentre il ministro Fornero si stava recando nell’area dove c’erano le telecamere e i giornalisti, c’è stato un secondo fuoriprogramma.