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IL CASO/ Scoperto "l’uomo" che ha aumentato la disoccupazione

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In questa maniera l’economia non è più uno strumento al servizio della persona e del bene comune, ma diviene una sorta di sceneggiatura a cui occorre ossequiosamente obbedire e dove la persona è trasformata in individuo-numero e il suo bisogno è tacitato nel “grande” mare degli spersonalizzati e spersonalizzanti obiettivi collettivi.

Sono questi i presupposti etici che hanno permesso di mettere in piedi l’economia dei derivati, dei prodotti finanziari virtuali, l’economia delle scommesse e della speculazione, l’economia delle spallate furbe e del massimo profitto subito e a ogni costo, dell’economia che ha ridotto le stesse imprese a pseudo prodotti finanziari in quanto valgono non perché producono, ma solo se sono in grado di garantire alte remunerazioni al capitale investito. Sono questi i generatori dell’attuale crisi che hanno ulteriormente disumanizzato l’economia e che hanno veicolato, al posto di un’economia produttiva di beni e servizi, la cultura di un’economia virtuale e meramente finanziaria (speculativa) ove il valore economico si poggia non sull’operosità del lavoro, ma sulla capacità di vincere scommesse speculative di mera natura monetaria.

Siamo di fronte a un’economia che considera il lavoro tradizionale inutile per postulare i propri obiettivi di profitto, a meno che per lavoro non si debba intendere l’analisi preparatoria all’operazione speculativa che si vuole mettere in essere. Siamo dinnanzi a un’economia degenerata perché non è posta al servizio della persona e del bene comune, ma materialisticamente ha come proprio e unico obiettivo il massimo profitto congiunturalmente conseguibile.

In un’economia come quella descritta il fattore produttivo principale è il capitale; esso solo sarebbe in grado di aggregare a sé gli altri fattori produttivi e lo potrà fare solo se sarà congruamente remunerato, altrimenti ha il dovere di sottrarsi a quella aggregazione e di ricercarne un’altra più profittevole. Quanto ora descritto è il cosiddetto postulato della priorità del capitale su tutti gli altri fattori produttivi, compreso il lavoro, questo postulato è articolatamente non condiviso dalla Dottrina sociale della Chiesa che, invece, afferma la priorità nel lavoro sul capitale.

Il problema, come è rilevabile, oltre a quello di determinare i termini (specialmente quello più alto) della congrua remunerazione del capitale, si trova nella spersonalizzazione dei fattori produttivi; il capitale e il lavoro non sono più attività della persona umana, ma divengono quantificazioni economiche che misurano astrattamente e materialisticamente l’ottenimento o meno di prestabiliti obiettivi meramente economici. Questi ultimi, a loro volta, divengono i soli paradigmi per misurare la bontà delle operazioni, altri elementi, socialmente determinanti per le comunità di riferimento, sono poco o affatto considerati.

Sono queste, per esempio, le giustificazioni per cui un’impresa trasferisce le proprie produzioni da una nazione a un’altra, “dimenticandosi” dei rapporti etico-economici che, di fatto, aveva assunto con il territorio in cui si era insediata e lasciando dietro a sé disoccupazione e carenze produttive per altre imprese che erano sorte motivate dalla sua presenza. Sono sempre questi i paradigmi di riferimento per cui, ad esempio, nel Pil di un certo Paese non è quantificata l’utilità sociale (che ha pur una sua valenza economica) che viene prodotta dal volontariato nei vari settori in cui opera.

 

(1 - continua)

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COMMENTI
07/06/2012 - scoperto l'uomo nocivo (LUCA DELLA LUCIA)

Si tratta di una questione della massima importanza, ma concretamente cosa si può fare per far pesare nelle valutazioni qualcosa di diverso dal profitto? attendo con impazienza la continuazione del ragionamento...