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Lavoro

LETTERA/ Precari e disoccupati nel “terremoto” del lavoro

Il mondo del lavoro in Italia ha vissuto un terremoto, uno scossone con la propagazione della precarietà per una certa fascia di popolazione. BERNARDA RICCIARDI

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Caro direttore,

Questa mattina è passata velocemente in tv la prima pagina di un quotidiano che titolava la notizia: “La terra trema e gli sciacalli aumentano la paura”. Non so perché, ma ho pensato subito alla Riforma del lavoro, ora al vaglio della Camera. Se andiamo a guardare il mondo del lavoro in Italia, questo terremoto lo conosciamo: le scosse propagate dal lavoro precario da almeno dieci anni le hanno sentite distintamente i quarantenni ogni volta che si avvicinava la data di scadenza del contratto a progetto, e mentre tutti a parlare di vacanze natalizie, alla fatidica domanda “Settimana bianca prima o dopo l’Epifania?” domandavano a se stessi “Mi rinnoveranno il contratto o mi lasceranno a casa? Lo stipendio sarà lo stesso o dovrò percepire meno?”.

Niente contratto nazionale, tutto lasciato alla discrezionalità del datore di lavoro, che può risolvere il rapporto di collaborazione senza darne giustificazione. Tutto regolare, nessuna tutela economica da fine rapporto, tutto a rigor di legge. E gli over40, i giovani con esperienza, accumulata in dieci anni con una onorevole gavetta, da un giorno all’altro, senza giusta causa si sono spesso ritrovati tra le mani un contratto a progetto scaduto e non più rinnovato, senza prospettive. Uno scossone, una vita professionale rasa al suolo.

E gli sciacalli? Prima, dopo, e durante questo terremoto. Il contratto a progetto ha molte caratteristiche utili agli sciacalli, il progetto è per molti, ma non per tutti. Non è per i figli di papà, o almeno lo è solo per i primi tempi, perbacco! L’Italia garantisce pari opportunità, come da Costituzione. Dopo qualche anno l’assunzione può scattare per molti, ma non per tutti: la professionalità deve essere al servizio dell’azienda e del suo sviluppo, e questo vale anche per le professioni intellettuali.

Anche queste si vorrebbero tutte al servizio del marketing, della spesa minima per lo Stato e del guadagno massimo per le aziende, o meglio, del proprietario d’azienda che vuole arricchire. Ma la realtà tutta intera che le professioni intellettuali indagano e conoscono, entra molto spesso in conflitto e contraddice l’homo oeconomicus. Ma allora niente profitto, niente lavoro? No, gli sciacalli restano pronti a demolire giorno per giorno le professionalità, e mettere le competenze frammentate al servizio del miglior offerente.