BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

IDEE/ Le "istruzioni" per ritrovare lavoro

La riforma del lavoro in discussione in Parlamento non prevede alcun incentivo alle aziende per finanziare politiche attive. ALBERTO SPORTOLETTI spiega come promuoverle a costo zero

InfophotoInfophoto

Quale che sia il giudizio che ciascuno può dare sulla riforma del lavoro, un fatto risulta chiaro: non è previsto alcun incentivo alle aziende per finanziare programmi di politica attiva, né misure volte alla velocizzazione della ricollocazione del personale di interi stabilimenti dismessi, oggi diventata sempre più urgenza usuale piuttosto che emergenza occasionale. Non possiamo però fermarci a una mera posizione critica, sebbene le ragioni non manchino, ma occorre essere propositivi riconoscendo la necessità di una riforma e dando merito a chi se ne prende la responsabilità.

Premessa: quando parliamo di politiche attive per il lavoro non si tratta innanzitutto di “ammorbidire” il periodo di disoccupazione (ad esempio, aumentando i sussidi) o di creare nuove e costose sovrastrutture deputate utopisticamente a risolvere il problema, ma anzi di agevolare e stimolare la responsabilità sociale dell’impresa e la “mossa” responsabile della persona verso la continuità lavorativa, coscienti del valore umano prima che economico del lavoro, come tutti possono rilevare dalla propria esperienza, soprattutto nel momento in cui lo si perde.

Neppure si possono ridurre le politiche attive al solo tema dell’outplacement: esso è solo una delle “gambe” delle azioni che vanno incentivate da una riforma del lavoro, anzi forse una di quelle che ha diminuito il suo “appeal” per i non sempre soddisfacenti risultati ottenuti a livello di progetti di ristrutturazione su larga scala e su grandi numeri di lavoratori. Ed è forse quella meno corresponsabilizzante l’azienda da un punto di vista di coinvolgimento operativo. L’outplacement va sempre considerato, ma a fianco di almeno altre tre direttrici, che nel caso di progetti di questo tipo, si sono rivelate molto efficaci anche nell’attuale fase critica:

A) La reindustrializzazione e la riconversione dei siti produttivi: oltre che per la valenza di ricollocamento, l’obiettivo è quello di far permanere sul territorio un certo tipo di know how e cultura del lavoro, soprattutto in ambito manifatturiero, in fase di estinzione;

B) Il ricollocamento a partire dalle esigenze delle aziende sul territorio: cioè la ricerca di aziende che su quel territorio, pur non potendo reindustrializzare il sito, devono crescere e possono ereditare il know how accumulato a condizioni incentivate. La differenza con l’outplacement è che si parte innanzitutto dalle esigenze aziende del territorio e non dai profili presenti in azienda, in ottica di riqualificazione professionale (vedi punto successivo);

C) La riqualificazione professionale che deve essere non generica, ma finalizzata alle esigenze delle aziende del territorio e di quelle che reindustrializzano. Di conseguenza sempre più spesso la formazione non può che essere fatta “on the job” dall’impresa che assume, che deve vedersi riconosciuto l’investimento di cui beneficia tutto il contesto sociale e occupazionale del territorio, data l’evoluzione sempre più rapida delle competenze e dei profili richiesti dal mercato.


COMMENTI
12/06/2012 - Ripensare Conoscere Ricercare Ritrovare (Antonio Servadio)

Per ritrovare il lavoro serve riuscire a pensarlo e saperlo poi cercare. Se ci si addentra nel tema ascoltando le voci di chi è in questa impresa impegnato si scopre che ci sono vari scogli e non solo e non tanto di natura normativa. Cercare lavoro è un lavoro, quindi va appreso. Il lavoro va innanzitutto ripensato, come va ripensato il proprio profilo, poi vanno apprese alcune abilità e un discreto numero di informazioni. Poi si può procedere alla ricerca in modo fruttuoso, per ritrovare un lavoro che probabilmente non sarà ri-trovato in quanto differente da quello che si immaginava che fosse prima di perderlo. Eventuali incentivi e misure normative eventuali, vanno ri-pensate sull'esigenza delle persone di dover riuscire a ri-pensare i paradigmi precedentemente consolidati: chi si trova a dover affrontare una nuova ricerca deve dotarsi di un nuovo armamentario e di nuova consapevolezza di sè e del rapporto stesso con il lavoro. Serve mettere in campo competenze trans-culturali. La flessibilità e la versatilità prendono origine in quella fase, la riforma paradigmatica della persona di fronte al lavoro.