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RIFORMA LAVORO/ Paladini (Idv): vi spiego perché va cancellata con un referendum

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DDL LAVORO. L'ITALIA DEI VALORI PRONTA A UN REFERENDUM PER ABROGARE LA RIFORMA Dopo un travagliato quanto incredibilmente rapido percorso, anche la riforma del mercato del lavoro è diventata legge dello Stato. La Camera ha dato l’ok definitivo con 393 “sì”, 74 “no” e 46 astenuti. Tra chi ha deciso di bocciarla, l’intero gruppo dell’Italia dei Valori. Il cui leader, Antonio Di Pietro, ha espresso le ragioni della decisione senza mezzi termini: «Sarete pure sobri. Ma siete solo dei sobri ricattatori politici e truffatori politici», ha dichiarato in Aula riferendosi al premier Monti che, in quel momento era assente. Il professore della Bocconi, dal canto suo, aveva manifestato l’urgenza di incassare il voto positivo onde evitare di presentarsi al vertice europeo del 28 a mani vuote. L’eventualità gli avrebbe sottratto l’autorevolezza e la credibilità necessarie per potere chiedere a voce alta un maggior impegno sul fronte dello sviluppo. L’onorevole Giovanni Paladini, esponente dell’Italia dei Valori in Commissione Lavoro, spiega a ilSussidiario.net perché il suo partito, a breve, indirà un referendum sulla riforma da sottoporre al giudizio degli italiani. «La riforma avrebbe dovuto includere più lavoratori, mentre non ha creato un solo posto escludendo, invece, molti che il lavoro ce l’avevano. Avrebbe dovuto, inoltre, rilanciare la crescita, conferire prospettive alle famiglie e tutele alle fasce più povere. Tutto il contrario: in un momento di forte recessione come questo, si sono ulteriormente penalizzate alcune categorie riducendo, ad esempio, gli ammortizzatori sociali e inasprendo i criteri di età per poter andare in pensione». Gran parte delle promesse, poi, non sarebbero state mantenute: «Non ha sanato - anzi, probabilmente, ha acuito - le difficoltà di transizione tra disoccupazione e occupazione. Si sarebbe dovuto discutere, ad esempio, di politiche attive, attivando sinergie con le Regioni, combattere gli sprechi ed abbattere i vincoli. E, invece, niente. Non parliamo, poi, dell’articolo 18, modificato con un approccio talmente ideologico da scavalcare i diritti dei lavoratori». L’Idv, dal canto suo, qualche suggerimento l’aveva dato: «Abbiamo proposto di implementare gli ammortizzatori sociali quando, invece, li hanno ridotti; avevamo, inoltre, suggerito, nuovi criteri di determinazione dei salari, in modo da conferire una serie di vincoli tali da rendere quelli minimi dignitosi e sostenibili; si sarebbe dovuto abbattere, infine, il cuneo fiscale». Una sola nota positiva: «L’associazione sociale per l’impiego; a di là di questo, la riforma, per come è stata scritta, è da cestinare». Se è stata approvata in questi termini, secondo il deputato, c’è un motivo ben preciso: «è mancata del tutto, da parte del governo, la volontà di instaurare un dialogo con il governo e con le parti sociali». Per l’Idv, si è trattato di un voto obbligato: «Abbiamo votato contro, in sostanza, perché non potevamo astenerci dal bocciare un provvedimento che non prevede né la crescita, né il contrasto alla povertà e alle disuguaglianze».  Si era detto che Monti avrebbe dovuto necessariamente incassare la fiducia per non perdere la faccia con i partner europei. 



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