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LICENZIAMENTO STATALI/ Rebora (Liuc): ecco la riforma che può migliorare la Pubblica amministrazione

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Nel periodo indicato ci sono stati rinnovi contrattuali abbastanza generosi e la nuova classificazione del personale ha facilitato le progressioni di carriera. Il pubblico impiego ha perso terreno sul piano economico negli anni  ’90; poi ha recuperato ampiamente sotto la spinta dei sindacati, ma anche di regioni ed enti locali. Spesso poi la contrattazione decentrata ha violato le regole stabilite dai contratti nazionali, con controlli e sanzioni che sono giunti in ritardo (ma in qualche caso con effetti anche traumatici).  

Secondo il segretario generale della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, «è evidente che questi aumenti non sono finiti in tasca agli infermieri, ai bidelli o alle maestre elementari. E' molto probabile che ad avvantaggiarsene economicamente siano stati i livelli dirigenziali medio alti del nostro pubblico impiego». E’ vero?

Non è esatto dire che gli aumenti hanno favorito soprattutto i dirigenti; si sono spalmati in realtà su tutto il personale, certo in proporzione ai trattamenti di base. Si deve però anche dire che i dati della Cgia di Mestre sono ormai vecchi. La più recente relazione della Corte dei Conti (4 giugno 2012)  attesta che: “Si rileva nel 2010 per l’Italia una sostanziale stabilità della spesa per retribuzioni lorde a fronte di significativi incrementi nel Regno Unito, in Francia e in Germania. Il rapporto tra la spesa per redditi e il Pil (11,1% nel 2011) appare superiore esclusivamente al parametro relativo alla Germania. Nella media europea si colloca il rapporto tra spesa per redditi e spesa corrente delle pubbliche amministrazioni. Il raffronto tra il numero dei dipendenti pubblici e il totale degli occupati, in forte discesa per l’Italia nell’ultimo decennio (dal 16,4% al 14,4%), evidenzia un peso della burocrazia sul mercato del lavoro pari a circa la metà della Francia e di gran lunga inferiore anche al Regno Unito”.

Sembra che il numero dei dipendenti italiani sia molto simile a quello di Francia e Germania, ma anche che in questi Paesi la spesa complessiva per le retribuzioni sia molto più bassa. Come se lo spiega?

Non è tanto vero.  I nostri numeri del personale sono allineati alla Germania e molto inferiori alla Francia. Se si ragiona solo sui numeri si rischia di legittimare la situazione esistente. La preoccupazione fondamentale è la qualità e l’efficacia dell’amministrazione. Si dovrebbe poi considerare tutte quelle costellazioni di società e organismi vari, che sono formalmente esterni al perimetro della pubblica amministrazione (e dell’impiego pubblico), ma fanno capo ai governi centrale e locali e incidono in maniera sostanziale sulla spesa, soprattutto in periferia.

Quale modello straniero consiglierebbe all’Italia per migliorare la situazione attuale?