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Lavoro

IL CASO/ Così l’Italia può “inventarsi” il lavoro

GAETANO TROINA conclude la sua analisi sull’attuale crisi che sta avendo duri contraccolpi sui livelli occupazionali, spiegando anche come si può cercare di invertire la rotta

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La crisi - originata sia dalla spersonalizzazione dell’economia che dalla conseguente molla speculativa di cui abbiamo parlato la scorsa settimana - ha ulteriormente drammatizzato la scena e contribuisce a un aggiuntivo distacco tra gli apparenti contrapposti interessi del capitale e del lavoro. Questo perché i rapporti non transitano attraverso le esigenze e i bisogni delle persone e delle comunità (aziendali e/o territoriali), non vengono mediati nella ricerca di una possibile utilità sociale e del bene comune (il bene mio e il bene degli altri), ma sono drasticamente determinati solo dalla quantificazione dei risultati a cui è stata, di volta in volta, preassegnata una valenza economica nell’astratta ricerca e misurazione del bene totale (che è un bene statisticamente determinato) che ora può essere individuato con l’austerità, poi con la crescita e così via.

Nel nostro Paese per molti anni è stata veicolata la cultura tornacontista dell’economia, quella cultura che poggiava la sua ragione d’essere non su un libero mercato adeguatamente controllato, ma su un mercato meramente capitalistico e possibilmente in assenza di regole ove la ricerca del massimo tornaconto individuale avrebbe creato valore e posti di lavoro perché miracolosamente e misteriosamente sarebbe intervenuta nel mercato la cosiddetta “mano invisibile” che avrebbe sistemato tutto e soddisfatto tutti.

Gran parte di noi ha vissuto sopra le proprie possibilità. Una buona parte della nostra gente ha abbandonato la vocazione al risparmio e si è indebitata per seguire modelli economici che venivano supportati anche dal consiglio di istituti di credito. Eravamo entrati in crisi prima che scoppiasse l’attuale crisi mondiale, ma eravamo assicurati che la vera crisi non ci avrebbe toccato e abbiamo continuato a operare come se nulla accadesse. Invece di fermarci in tempo, siamo arrivati ai limiti del “baratro” e ora tentiamo di salvare il salvabile con grande sforzo che dovrebbe essere effettuato da tutti, ma alcuni (demoniaci fedeli del miope tornaconto) pensano ancora di potersi salvare da soli. La cultura materialista del capitalismo finanziario ha ancora molti adepti.

L’economia del Paese forse è stata acciuffata per i capelli, ma lo scenario in cui ci stiamo muovendo è desolante: imprese industriali e commerciali che chiudono, disoccupazione effettiva e cassa di integrazione crescenti, istituzioni creditizie che non supportano più le produzioni, settori economici che vedono diminuire in maniera consistente la domanda, ecc. In una parola: recessione. La recessione è caratterizzata dalla diminuzione della domanda nei mercati, dalla conseguente diminuzione delle produzioni e dai conseguenti licenziamenti e/o dalle riduzioni delle retribuzioni che, a loro volta, comportano un’ulteriore diminuzione della domanda.