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SPENDING REVIEW/ Statali e prepensionamenti. Baratta (Cisl): una verifica può evitare nuovi esodati

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SPENDING REVIEW, GLI ESUBERI E I PREPENSIONAMENTI TRA I DIPENDENTI STATALI I numeri pubblicati nella relazione d’accompagnamento alla spending review parlano di 24mila esuberi nel pubblico impiego. Per alcuni sono previste delle deroghe alla riforma Fornero: potranno andare in pensione con il sistema delle quote o con 40 anni di servizio. A patto che tali requisiti vengano rispettati entro il 2013. Si calcola che i lavoratori in regola con queste richieste siano solo 8mila. E gli altri? Non è escluso che diventino esodati. Il loro rapporto di lavoro con le pubbliche amministrazioni cesserà e otterranno un assegno di mobilità pari all’80% della loro paga base (quindi, circa il 50% dello stipendio) che scadrà dopo due anni. Allora, molti di questi non avranno ancora raggiunto i 66 anni di età previsti dalla riforma per poter accedere al trattamento previdenziale. Gianni Baratta, segretario confederale della Cisl, spiega a ilSussidiario.net quali sono i maggiori timori del sindacato. «Tanto per cominciare, continuiamo ad apprendere qualunque informazione dai giornali. Non ci sono state fornite comunicazioni ufficiali. Anche all’incontro a Palazzo Chigi ci sono state riferite le linee guida del decreto in maniera generica, senza che il governo si fosse degnato di addentrarsi nello specifico dei provvedimenti assunti». Tutto ciò, contribuisce a deteriorare i rapporti. «Tanto più che il 3 maggio scorso era stato firmato un accordo tra le organizzazioni sindacali e il ministro della Funzione pubblica che avrebbe consentito di affrontare la riorganizzazione delle pubbliche amministrazioni senza strappi, coniugando le esigenze di bilancio con i diritti dei lavoratori. Ebbene, la spending review ha, di fatto, invalidato quell’accordo mentre il tavolo di confronto che chiediamo da tempo ancora non ci è stato concesso». Baratta contesta il provvedimento anche nel merito: «Si è deciso di chiamare i classici tagli lineari con un altro nome; e di applicarli alle piante organiche. Che, tuttavia, si riferiscono a 5 anni fa. Sarebbe stato opportuno verificare, in ciascuna delle 14mila aziende o enti statali, cosa è accaduto in questo lasso di tempo. Più di 100mila lavoratori, infatti, da allora sono usciti. Ma in modo del tutto disomogeneo tra un’azienda e l’altra».

Lo stato effettivo del comparto pubblico, sotto il profilo occupazione, è attualmente sconosciuto: «In molti casi, potrebbero essersi determinate situazioni di carenza di personale. Prima di parlare di esuberi, quindi, di sarebbe dovuto verificare l’opportunità di istituire meccanismi di mobilità da un ente all’altro. Stando così le cose, 24mila unità corrispondono a un numero astratto, fondato su stime che non sono state accertate». Prima di definire le persone non collocabili, quindi, sarebbe doveroso contemplare una serie di passaggi. «Ma fino a quando il governo non accetterà un confronto e di farsi spiegare come stanno le cose, l’ipotesi più probabile e temibile resta l’ingrossamento delle fila degli esodati». Oltretutto, si provocheranno nefaste conseguenze sulla nostra già traballante economia: «Crediamo che lo Stato necessiti, effettivamente, di una cura dimagrante. Tuttavia, le misure sin qui messe a punto rischiano di mettere a repentaglio alcuni tra i settori strategici del nostro sistema: se si tagliano, infatti, la sanità e la ricerca - come pare sia nelle intenzioni del governo -, si produrranno danni incalcolabili. Da un lato, non sarà più possibile erogare ai cittadini i servizi essenziali; dall’altro, si tarperanno ulteriormente le ali al nostro sistema produttivo che, per essere competitivo, necessita di innovazione e ricerca». 



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