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Lavoro

IDEE/ Un "trucco" svizzero per trovare lavoro ai giovani

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Resta la sempre maggiore richiesta di raccordo tra scelte di formazione e occupabilità dei diversi titolo di studio, nel senso che non basta avere in mano un pezzo di carta, se questo non trova riscontro nel mercato del lavoro. Non solo: come, in più, riqualificare in termini occupazionali coloro che si accorgono di avere un titolo di studio obsoleto? Rimane una questione di fondo, sino a oggi un tabù. Penso al modello svizzero: qui non sono le famiglie e gli studenti che scelgono la scuola superiore, ma sono le scuole stesse, sulla base di test ad hoc, che orientano gli studenti. I tanti iscritti ai Licei, in Italia, e la permanente dispersione a scuola e nella università, dovrebbero suggerire il ripensamento radicale dell’orientamento scolastico. Ma non so se ci sono da noi le condizioni per proporre questo ripensamento.

Meomartini cita poi un’opportunità che poche scuole, sino a oggi, hanno valorizzato. Parlo dei Comitati tecnico-scientifici (Cts). Che coinvolgono tutte le scuole superiori, non solo gli istituti tecnici e professionali. Ma il mondo della scuola guarda ancora il lavoro con gli occhiali in molti casi ideologici: basta leggere certe prese di posizione. Mentre, lo sappiamo bene, le esperienze di alternanza, cioè la scuola in impresa, e gli stages sono grandi opportunità, che vanno allargate, non limitate a poche classi, sulla base della sola buona volontà di pochi docenti.

In altri termini, le imprese e gli studi professionali sono comunque momenti formativi per i nostri giovani, fanno cioè intuire il valore sociale, i nessi col territorio e le comunità locali. E le scuole stesse dovrebbero tutte aprirsi a forme di rendicontazione attraverso un “bilancio sociale”; dall’altra parte, le stesse imprese vanno aiutate a comprendere e condividere, con la piena valorizzazione dei Cts, alcuni momenti formativi e informativi sulle implicazioni del raccordo con mondo della scuola.

Le imprese si stanno accorgendo, grazie anche alla crisi, che conviene investire nella formazione, direttamente o attraverso le associazioni di categoria.

Vorrei qui citare il caso di un’azienda padovana, la Carel, presieduta da Luigi Rossi Luciani. Si tratta di Join The Future 2012, un programma di sviluppo e crescita interdisciplinare e interculturale per giovani neolaureati. Un percorso finalizzato allo sviluppo delle competenze tecniche trasversali, attraverso un iter di formazione e training on the job. Per acquisire capacità di teamworking e gestione del cambiamento, essenziali per operare in realtà altamente competitive.
La finalità è evidente: aiutare i giovani a scoprire le loro migliori attitudini professionali.
La proposta della Carel è rivolta ai giovani neolaureati in Ingegneria, Economia, Discipline Scientifiche, con ottime votazioni e di età non superiore ai 27 anni. Un esempio concreto di responsabilità sociale dell’impresa.

Ma le imprese non possono vincere da sole il rischio economicistico, di un profitto fine a se stesso e di un lavoro ridotto a mero sfruttamento. Qui non servono le vecchie polemiche ideologiche, figlie di una logica dello scontro. Serve alla pari, è sempre bene ripeterlo, un ruolo attivo delle imprese e del mondo della scuola e dell’università, ma serve, prima ancora, una nuova politica delle organizzazioni sindacali. Più disponibili a ragionare in funzione di una moderna economia sociale di mercato, oltre i paradigmi marxiani.


COMMENTI
13/07/2012 - D'accordo (Mariano Belli)

Tutto molto sensato : ormai ci stanno inculcando che il fine della vita sia il rispetto del patto di bilancio e il risarcimento del debito pubblico... Chi saprà mettere fie a questa follia?