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Lavoro

IDEE/ Un "trucco" svizzero per trovare lavoro ai giovani

I tanti iscritti ai licei e la permanente dispersione a scuola e nella università, spiega GIANNI ZEN, dovrebbero suggerire il ripensamento radicale dell’orientamento scolastico

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Nella “Critica del programma di Gotha” Marx non definisce il lavoro come diritto, ma come “primo bisogno”. Perché il diritto deve essere poi riconosciuto, secondo determinate condizioni, mentre il bisogno fa parte del proprio di ogni individuo. Rosmini, invece, nella sua “Filosofia del diritto” va più in là, nel senso che non considera solo l’individuo visto in se stesso, ma anche nelle sue relazioni. Il risultato della teoresi rosminiana è la definizione di persona come “diritto sussistente”. Individuo quindi in senso naturale per Marx, e persona come primo valore non solo naturale per Rosmini, oltre i possibili o meno riconoscimenti. Quindi, direbbe Kant, sempre fine e mai come mezzo.

Pur nelle diverse loro impostazioni, Marx e Rosmini sintetizzano bene il dramma dei nostri anni intorno alla crisi del lavoro, alle ragioni strumentali che hanno segnato questa stessa crisi, alle responsabilità che oggi ci troviamo ad assumere. Anche attraverso alcune scelte impopolari, rispetto alle consuetudini degli ultimi anni, ma necessarie in una società aperta, legata alle domande di giustizia sociale e di reali pari opportunità secondo merito e competenze.

Proprio in ragione di queste considerazioni, trovo importante segnalare la bella intervista ad Alberto Meomartini pubblicata ieri su queste pagine, dedicata alla sempre più discussa “transizione tra scuola e lavoro”. Concordo in pieno, ad esempio, quando l’intervistatore scrive che “scuola e famiglia sono sempre più in difficoltà nel formare uomini autonomi, responsabili, capaci di sentirsi a casa nel mondo che abitano”. Parole ineccepibili. “Il problema dei problemi”, conferma Meomartini. Perché è solo attraverso la valorizzazione del lavoro, come atto di valorizzazione del nostro essere persone, che riusciamo a garantire una “crescita” socio-economica, oltre che personale-spirituale.

Il primo compito, che tutti ci coinvolge, riguarda un’adeguata educazione dei nostri giovani, i quali vanno aiutati a vedere come stanno effettivamente le cose, quali siano cioè le reali condizioni della loro stessa domanda di futuro. La quale deve coniugare attese individuali e cultura di una professione, come già avviene in terra tedesca: in Germania, infatti, l’età di primo inserimento dei giovani è intorno ai 17 anni, mentre da noi supera i 22. Differenze che fanno pensare. I diversi tassi di disoccupazione giovanile dicono appunto questo.


COMMENTI
13/07/2012 - D'accordo (Mariano Belli)

Tutto molto sensato : ormai ci stanno inculcando che il fine della vita sia il rispetto del patto di bilancio e il risarcimento del debito pubblico... Chi saprà mettere fie a questa follia?