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Lavoro

IDEE/ Gli stage "olandesi" per unire scuola e lavoro

Le lauree triennali non preparano adeguatamente al mondo del lavoro ma sono un'infarinatura teorica su un certo argomento che si specifica, poi, nei due anni successivi, dice STEFANO BLANCO

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Che lo si chiami stage o tirocinio, la sostanza non cambia. E' un periodo di tempo che precede l'inserimento in un'azienda e che non prevede alcuna retribuzione, salvo un piccolo rimborso spese. Purtroppo, la tendenza alle assunzioni dopo aver sostenuto un periodo di stage è diminuita, e la durata dei tirocini drasticamente ridimensionata. Lo sottolinea la “XII Indagine sui neolaureati condotta dall'Associazione dei direttori del personale Gidp” su 130 dei suoi aderenti, per la maggior parte grandi aziende situate al Nord. La ricerca mette anche l'accento sulla discesa libera dei salari per i neo assunti. Se negli ultimi dodici mesi ben l'89% dei direttori delle risorse umane organizza stage per favorire un periodo di prova che preceda l'assunzione, il 37% non assumerà nemmeno uno stagista nei prossimi sei mesi. Anche la durata del tirocinio si abbassa notevolmente: se l'86% ha previsto una durata media di 6 mesi, solo l'1% quest'anno ha intenzione di prevedere un periodo più lungo. La retribuzione, poi, si abbassa a vista d'occhio: un neolaureato percepisce 1000 euro in meno all'anno rispetto alla retribuzione media del 2011. «Che l'entrata nel mondo del lavoro - dice Stefano Blanco, Direttore Generale della Fondazione Collegio delle Università Milanesi - sia anticipata da uno stage mi sembra una prassi normale nonché auspicabile. Il tirocinio serve da collante fra le superiori o l'università e il mondo del lavoro».

Secondo i dati diffusi da questa ricerca, una buona percentuale non si trasformerà in assunzioni.

Spesso ci troviamo di fronte a finti stage che servono solo a fornire temporaneamente mano d'opera a costo zero. Questo periodo dovrebbe servire, invece, come prova: trovo sensato che si possa ricorrere a uno strumento che permetta di individuare le capacità di un candidato. Se ben utilizzato è uno strumento formidabile di flessibilità all'ingresso.

Non sarebbe più funzionale prevedere delle esperienze in azienda durante gli anni universitari?

Innanzitutto, il periodo di crisi porta le aziende a centellinare le assunzioni che tendono a prendersi il tempo necessario per “testare” l'eventuale assunzione di un candidato. Detto questo, mi sento di dire che c'è un problema di rapporto fra università e mondo del lavoro e sarebbe utile introdurre durante gli anni di studi stage curriculari che aiutino a capire le complesse logiche aziendali. Le linee dettate dall'Unione europea vanno esattamente in questa direzione: l'alternanza studio/lavoro è un fattore positivo per l'inserimento nel mondo del lavoro e la futura carriera lavorativa. Purtroppo, nel nostro Paese abbiamo un concetto un po' retrogrado che dice: prima si studia e poi si lavora.

Negli altri Paesi europei è diverso? Ha esempi positivi in questo senso?