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Lavoro

RIFORMA LAVORO/ C’è un “patto” che può rilanciare l’occupazione

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Poiché, però, è assai facile distruggere e criticare, mi sposto questa volta in un terreno che non mi appartiene e provo a proporre alcune, semplici, idee:

1- Rifondare il patto sociale con il ribilanciamento dell’imposizione fiscale tra patrimonio e reddito, conseguendo un’importante riduzione delle imposte sulla generazione di reddito di impresa e da lavoro.

2- Utilizzare le risorse che ne deriverebbero (con un vincolo assoluto di spesa) per: defiscalizzare in misura rilevante l’investimento in ricerca e sviluppo, l’investimento in nuove imprese e il lavoro giovanile; favorire il passaggio dalla conservazione del lavoro in settori maturi alla creazione del lavoro in nuovi settori, ad esempio affrontando esplicitamente la crisi dell’auto che è crisi da sovrapproduzione e richiederà presto o tardi una cura draconiana; intervenire per sostenere la riqualificazione delle persone nelle fasi di passaggio nella vita professionale con una profonda revisione delle modalità con le quali si investono le risorse dei fondi interprofessionali e con un piano nazionale che investa pesantemente le università costringendole ad accettare anche il ruolo di istituzioni di formazione permanente e continua; potenziare i meccanismi di sostegno alla creazione di nuova impresa con defiscalizzazione delle risorse investite in capitale di funzionamento anche da investitori terzi (venture capital).

Non apprezzo le liste dei sogni e quindi mi limito a queste prime indicazioni, ma sottolineo come l’elemento centrale debba essere una nuova pattuizione sociale. Già molti anni fa Ugo Ascoli evidenziava come stessero saltando molti dei patti su cui si era fondata la struttura del Paese. Oggi quei patti sono completamente saltati e si agitano forze qualunquiste e votate al massacro di piazza che pescano nella disperazione e nell’indignazione. Un nuovo patto sociale richiede una fase costituente e una leadership ispirata che possa rappresentare un modello di riferimento per una diversa italianità. Comici urlanti, ballerine e soubrette, professionisti dei talk show, professori incanutiti sono tutto quello che ci rimane?

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