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Lavoro

NESTLE’-PERUGINA/ Uno scambio genitori-figli che "licenzia" il merito

La proposta avanzata dal colosso dolciario tradisce, secondo NICOLO' BOGGIAN, un esempio di politica industriale del passato, in assenza di investimenti 

Una storica pubblicità dei Baci Perugina, oggi proprietà della NestlèUna storica pubblicità dei Baci Perugina, oggi proprietà della Nestlè

Il caso Nestlè Perugina, ossia la proposta di far lavorare e pagare di meno il genitore per assumere - a paga e orario a sua volta ridotto - un figlio, è davvero rappresentativo di come la cultura del lavoro in Italia continui a preferire una visione assistenzialista, familistica e tesa al compromesso un po’ “furbo” tra le parti a discapito degli interessi collettivi e di una vera solidarietà sociale.

Oltre a esporre la mia idea in merito, vorrei porre due domande: una al direttore delle relazioni industriali dell’azienda e l’altra alle rappresentanze sindacali. La prima, al manager Nestlè: perché il figlio di un dipendente Perugina, a parità di “merito” con un suo coetaneo, dovrebbe avere un vantaggio nell’essere assunto dall’azienda? La seconda, alle Rsu: perché pensano di fare, tramite una gestione rigida delle carriere, un servizio ai dipendenti e di contribuire alla crescita e al successo dell’azienda?

Alla prima domanda onestamente non so dare una risposta. La proposta considerata mi sembra dimostri una totale mancanza di fantasia e un “copia incolla” di politiche di gestione del personale che si praticavano nelle banche e nelle Ferrovie dello Stato vent’anni fa. Espressione di mondi che non esistono più o che stanno scomparendo. La logica nell’assunzione dovrebbe essere invece esclusivamente quella del merito, che porterebbe a un miglioramento della qualità dei dipendenti e quindi a un successo dell’azienda e a una maggiore felicità di tutti. Credo che a tal proposito meriti sicuramente di più d’essere assunto un/a giovane che abbia scelto di trasferirsi da un altro territorio, che abbia una famiglia sua e che non abbia un genitore che si fa carico del suo futuro professionale.

La mia proposta per le assunzioni sarebbe quindi di segno totalmente opposto. Bisognerebbe assumere con lo stesso metodo “di scambio” persone meritevoli che possibilmente non abbiano un legame di parentela con dipendenti dell’azienda. Mi chiedo: se si è inclini a questa politica familistica, allora anche i fornitori dovrebbero essere parenti di qualcuno in azienda? Il paradosso è che questa proposta, un po’ furba e consociativa, che “strizza” l’occhio al sindacato, non è stata neanche colta dalla controparte sindacale, che preferisce il “muoia Sansone con tutti i filistei” e rimane arroccata nella conservazione di un “gioco a perdere”.