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Lavoro

RIFORMA LAVORO/ Il commercialista: partite Iva e contratti, quanti errori

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Per quanto concerne i lavoratori a partita Iva, sono almeno due i casi per cui questa forma di professione non debba essere trasformata in contratto subordinato e cioè: che la durata della collaborazione sia superiore a otto mesi nell’arco di un anno solare; che il ricavo dei corrispettivi percepiti dal collaboratore nell’arco dello stesso anno solare superi la misura dell’80% dei corrispettivi complessivamente percepiti dal collaboratore nell’arco dello stesso anno solare; che il prestatore abbia la disponibilità di una postazione fissa di lavoro presso il committente. In più è obbligatorio che la prestazione lavorativa debba essere connotata da competenze teoriche di grado elevato acquisite attraverso rilevanti esperienze maturate nell’esercizio concreto di attività, e che la stessa, sia svolta da soggetto titolare di un reddito annuo da lavoro autonomo non inferiore a 14.930,00 euro per il 2012, che si traduce in 18.663 come valore dei ricavi minimi.

È indubbio che, oltre alla equivocità delle norme appena citate, questa forma di lavoro, usata soprattutto dai giovani che non hanno accesso al lavoro dipendente, non sia utilizzabile, né percorribile.

Ma il tipo di modifiche attuate con la legge in vigore in questi giorni, che più mi preme sottolineare, poiché riguardano norme fiscali da me “frequentate”, sono quelle concernenti il lavoro accessorio o per meglio dire le prestazioni di lavoro autonomo occasionali. Con la precedente legislatura i prestatori potevano svolgere attività di lavoro occasionale fino a un limite economico di 5.000 euro netti (6.660,00 euro lordi) nel corso di un anno solare per committente, adesso con la nuova riforma ci si riferisce alla totalità dei committenti e comunque le attività svolte a favore di ciascun committente non possono superare i 2.000 euro annui.

Si tratta di un valore così basso da non invogliare il ricorso all’istituto. Questa forma di lavoro veniva usata soprattutto dai cosiddetti “disoccupati cronici”, dai giovani che non riuscivano a entrare nel mondo del lavoro in qualsiasi forma contrattuale e comunque da coloro che arrotondavano qualche misero stipendio o pensione non avendo una “dote professionale” di alto livello: fra l’altro questi compensi erano ben tassati e quando si dovevano pagare imposte in eccedenza rilevate dai 730 o dagli Unici, erano “pianti amari”.


COMMENTI
28/07/2012 - dalla parte di chi lavora... (Marco Claudio Di Buono)

Prendo spunto dal suo articolo per chiedere: a parte le critiche, peraltro anche giuste perchè la nuova riforma del lavoro non credo aiuterà ad assumere, quali potrebbero essere le norme che invece favorirebbero il lavoro per i giovani? Quando furono introdotte le norme della legge Biagi si diceva che la flessibilità avrebbe aiutato i giovani ad entrare nel mondo del lavoro: invece hanno creato precari cronici e i datori di lavoro hanno utilizzato le forme contrattuali atipiche per mascherare lavoratori dipendenti di fatto. Lei non sarà d'accordo perchè facendo il commercialista difende i datori di lavoro e non chi lavora, ma avendo lavorato in alcune aziende la prima preoccupazione dei titolari era come pagare meno contributi, come sfruttare gli operai magari anche imbrogliandoli (l'ho visto fare), come cercare di aggirare le leggi ed evitare di pagare le tasse. Forse non tutti gli imprenditori sono così, ma da quello che sento in giro...