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RIFORMA LAVORO/ Il commercialista: partite Iva e contratti, quanti errori

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Le parti sociali, nello specifico gli studi di Consulenza del lavoro e amministrativo/fiscale, stanno vivendo giorni frenetici: la causa è l’entrata in vigore (avvenuta il 18 luglio scorso) delle applicazioni e norme attuative della nuova riforma del lavoro, fortemente voluta dal Ministro Fornero e dal Premier Monti per cercare di risolvere la crisi occupazionale dovuta alla, ormai tragica, crisi economica che attanaglia il nostro Paese e l’Europa tutta. Come sempre, in Italia “fatta la legge, costruito il casino”.

Mi voglio soffermare, in particolare, sul tentativo della “arruffata” Legge 28 giugno 2012 , n. 92, di rendere operativa una presunta ridistribuzione più equa delle tutele dell’impiego, riconducendo nell’alveo di usi propri i margini di flessibilità progressivamente introdotti negli ultimi vent’anni; insomma, si vuole ridimensionare o addirittura cancellare quello che era il progetto Biagi (Libro Bianco) e cioè l’autonomia del lavoratore nella realizzazione delle proprie mansioni, stemperare i rigidi vincoli di subordinazione gerarchica e funzionale.

Per Biagi il lavoro subordinato standard non era nella fattispecie un riferimento assoluto: si dovevano regolamentare nuove forme e tipologie di lavoro a forte contenuto auto-imprenditoriale. Questi standard lavorativi introdotti o regolamentati dalla Legge Biagi (lavoratori a partita Iva, collaborazioni a progetto e varie forme di lavoro cosiddetto accessorio) sono considerati, nella nuova “riforma Fornero” una tipologia poco usata, nella quale si può nascondere del lavoro subordinato “camuffato”.

Ma entriamo nello specifico della legge. Per quanto riguarda le collaborazioni a progetto, le nuove norme riducono notevolmente e quasi distruggono questa tipologia occupazionale con tre presupposti: 1) il progetto deve essere funzionalmente collegato a un determinato risultato finale e non può consistere in una mera riproposizione dell’oggetto sociale del committente; 2) il progetto non può comportare lo svolgimento di compiti meramente esecutivi o ripetitivi, che possono essere individuati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale; 3) tra gli elementi essenziali, da indicare in forma scritta, deve esserci anche “il risultato finale che si intende conseguire” attraverso il contratto di lavoro a progetto.

Come si può notare, sono ben poche o quasi nulle e contraddittorie le possibilità di applicazione, perché essenzialmente vengono ridotte le attività alla quali si può ricorrere al contratto a progetto che non devono essere analoghe a quelle svolte in azienda da lavoratori dipendenti.



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COMMENTI
28/07/2012 - dalla parte di chi lavora... (Marco Claudio Di Buono)

Prendo spunto dal suo articolo per chiedere: a parte le critiche, peraltro anche giuste perchè la nuova riforma del lavoro non credo aiuterà ad assumere, quali potrebbero essere le norme che invece favorirebbero il lavoro per i giovani? Quando furono introdotte le norme della legge Biagi si diceva che la flessibilità avrebbe aiutato i giovani ad entrare nel mondo del lavoro: invece hanno creato precari cronici e i datori di lavoro hanno utilizzato le forme contrattuali atipiche per mascherare lavoratori dipendenti di fatto. Lei non sarà d'accordo perchè facendo il commercialista difende i datori di lavoro e non chi lavora, ma avendo lavorato in alcune aziende la prima preoccupazione dei titolari era come pagare meno contributi, come sfruttare gli operai magari anche imbrogliandoli (l'ho visto fare), come cercare di aggirare le leggi ed evitare di pagare le tasse. Forse non tutti gli imprenditori sono così, ma da quello che sento in giro...