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Lavoro

IL CASO/ Tra Ilva, crisi e spending review, un agosto del lavoro "bollente"

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Oltre alla consapevolezza di una crisi perdurante e duratura, di un periodo di transizione molto lungo nel tempo e che sta mettendo a dura prova tutte le strutture produttive (industriali, artigianali, commerciali e dei servizi), con pesanti perdite di posti di lavoro e la conseguente drastica riduzione di occasioni e opportunità per coloro che si affacciano nel mercato del lavoro (giovani) o che ne sono ai margini (somministrati, atipici “non per scelta” e altre figure), le organizzazioni sindacali appaiono alla ricerca di più “bandoli” della matassa.

Generano gravissime incertezze gli estesi processi di riorganizzazione delle produzioni, con sedi di comando sempre più lontane (le multinazionali, i salotti finanziari globali, le delocalizzazioni), oltre alla netta sensazione di un ridimensionamento del ruolo nei processi decisionali: insomma, si può anche fare a meno del confronto e del consenso dei sindacati, al massimo si informano e si acquisiscono i pareri in modo “non vincolante”. È la fine della concertazione, probabilmente in modo irreversibile, almeno per questa fase politica e istituzionale.

In questo senso, se appare condivisibile la decisione circa l’abbandono di pratiche concertative fondate sui diritti di veto, sulla ricerca dei consensi extraparlamentari, sullo scambio a somma zero (cambiare tutto senza cambiare nulla), suscita invece molti interrogativi la strada dell’autosufficienza politico-parlamentare, intesa in senso stretto e senza una larga condivisone delle categorie sociali per il tramite delle loro rappresentanze. Pensare che decreti e decisioni assunte dai “tecnici”, con il solo avvallo del Parlamento, possano rappresentare la strada maestra (più corta e con meno interlocutori) appare una pia illusione, se non si afferma la comune consapevolezza di un compito che spetta a tutte le componenti sociali del Paese.

Vi sono verità da condividere senza scorciatoie: responsabilità diffusa, comportamenti improntati alla sobrietà, sussidiarietà a tutti i livelli, percorsi pazienti (anche faticosi) circa la necessità di condividere sentieri lunghi sotto il profilo economico, una rigorosità fiscale collettiva, una riduzione di taluni servizi ai cittadini.

Questi assunti dovrebbero tradursi in forme di patti sociali tra generazioni, categorie, gruppi merceologici ed economici, in provvedimenti condivisi nella consapevolezza che non sussistono alternative, pena l’incremento di disordini sociali estesi, finora risparmiati sulla nostra penisola a differenza di altri paesi europei.

Senza concertazione si può vivere, altra cosa è tenere ai margini forze sociali e rappresentative di interessi reali: ciò non rappresenta una saggia decisione, in particolare quando talune di queste forze (con un peso non marginale) continuano a esplicitare comportamenti responsabili e decisivi nei tavoli decentrati dei processi decisionali, quelli non conosciuti e non pubblicizzati dai media, ma fondamentali per il cammino dell’Italia e degli italiani.

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