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Lavoro

RIFORMA LAVORO/ Pmi e precari, le vere "vittime" della nuova legge

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Quelli per riduzione del personale sono stati resi meno rischiosi per le grandi imprese che non hanno alcuna difficoltà a concludere quegli accordi sindacali che, secondo la nuova legge, sanano qualsiasi vizio della procedura. Gli eventuali vizi non sanati da accordo sindacale non rendono inefficace il licenziamento, che, pertanto, non estingue il rapporto, salvo un indennizzo da 12 a 24 mensilità. Solo la violazione dei criteri di scelta dei lavoratori da licenziare è sanzionata con la reintegrazione, ma se il datore applica criteri di scelta concordati con il sindacato, per quanto di dubbia legittimità, è ora estremamente difficile che un giudice faccia saltare l’accordo. 

Per le piccole imprese invece?

Per le piccole imprese, invece, la disciplina dei licenziamenti non è affatto cambiata. Si è così drasticamente ridotto il differenziale di tutela tra dipendenti di imprese medio grandi e dipendenti delle piccole imprese e, dunque, il tanto biasimato “dualismo” di tutele nel mercato del lavoro. Ma ciò è avvenuto in una sola direzione, cioè riducendo le tutele contro il licenziamento illegittimo per i dipendenti delle imprese medio-grandi.

Dunque solo le grandi imprese sono state avvantaggiate dalla riforma con la flessibilità in uscita?  

Sì, ma con un “piccolo” effetto indesiderato.

Quale?

Il “vecchio” articolo 18 era considerato “la madre di tutte le tutele”. L’ha sempre detto la Corte Costituzionale, creando la regola secondo  cui la prescrizione dei crediti di lavoro non può decorrere durante il rapporto di lavoro, ma solo alla cessazione dello stesso, per quei lavoratori che, non essendo protetti dall’articolo 18, o da un analogo regime di stabilità reale, che garantisca, cioè, la conservazione del posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo, e temendo di essere licenziati, non eserciterebbero i propri diritti, che, dunque, finirebbero per prescriversi. Ma ora che il nuovo articolo 18 prevede un regime di tutela che a mio avviso non può più essere considerata “forte” e “reale”, ma “debole” e “obbligatoria” e coesistono due regimi di tutela differenziati essenzialmente solo per l’importo degli indennizzi la non calcolata conseguenza, è che la prescrizione dei crediti di lavoro, in futuro, potrebbe decorrere sempre dalla cessazione del rapporto di lavoro, anche per le imprese assoggettate al nuovo articolo 18, non essendo garantita, sempre e comunque, la reintegrazione nel posto di lavoro e non avendo il lavoratore alcuna certezza di conservarlo, nonostante l’illegittimità del licenziamento.

Per le piccole imprese trova però applicazione la rigidità in entrata introdotta dalla riforma?

Sì. Le norme sulle forme contrattuali flessibili, che la riforma ha irrigidito hanno carattere generale. Volendo mostrarsi equanimi nello scontentare tutti i “tecnici” hanno introdotto rigidità in entrata a bilanciamento, o a compensazione, della flessibilità in uscita, introducendo maggiori vincoli e costi per i contratti di lavoro diversi dal contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, per il quale i tecnici si sono inventati un nuovo nome d’arte: “contratto dominante”.
Ma poiché per le piccole imprese (non soggette all’articolo 18) nulla è cambiato sul piano della flessibilità in uscita (già garantita dall’attuale regime di licenziamento, rimasto immutato), la rigidità in entrata non ha bilanciamenti, contropartite, compensazioni che ne ammorbidiscano l’impatto.

A proposito della rigidità in entrata? Era necessaria per combattere la precarietà? C’è dietro un’idea?