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Lavoro

IL CASO/ Quei contratti che fanno più "ricchi" i lavoratori

Il tema del welfare aziendale e della contrattazione di secondo livello ha trovato spazio sui giornali di questi giorni. Secondo EMMANUELE MASSAGLI però non va confuso con il paternalismo

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Nell’ultimo mese le redazioni dei giornali sono state (giustamente) generose nell’assegnazione di pagine intere al tema del welfare aziendale e della contrattazione di secondo livello. Ha fatto scalpore, prima, la bozza di accordo sottoscritta dai sindacati con la direzione di Perugina avente a oggetto lo “scambio” tra minore retribuzione al dipendente in cambio dell’assunzione come apprendista del figlio (polemiche, invero, piuttosto intellettualoidi e tutte esaltanti una delle parole più abusate - e quindi oramai più equivoche - di questo decennio: merito). È stato, poi, precisamente descritto il bonus anti-crisi, comprendente misure di assistenza quali l’assicurazione dei costi sanitari per cure specialistiche e la copertura dell’acquisto dei libri scolastici dei figli, che elargirà Tod’s. Da ultimo, le principali testate giornalistiche italiane si sono interessate delle vere e proprie soluzioni mutualistiche che la Coop ha intenzione di strutturare per colmare il disimpegno del pubblico in materie prima di sua esclusiva competenza. Innanzitutto per i propri collaboratori, senza però limitarsi a essi. 

Sotto il capello definitorio, ormai di linguaggio comune, “welfare aziendale” stanno tutti quegli interventi contrattati al secondo livello o unilateralmente decisi dall’imprenditore che sono orientati al sostegno delle esigenze personali e familiari dei lavoratori, attuati sia per ragioni di ordine “etico” (responsabilità sociale e partecipazione indiretta ai buoni risultati di bilancio), che per una maggiore fidelizzazione e produttività del dipendente stesso. Invero non si tratta di nulla di nuovo. La dialettica tra imprenditori e lavoratori nelle imprese italiane ha sempre prodotto, quand’anche litigiosa e conflittuale, fantasiose soluzioni di welfare aziendale, che la scarsa diffusione dell’inglese e la povera letteratura giuslavoristica non permettevano di definire così, ma tali erano.

Senza richiamare i notissimi esempi della Olivetti di Ivrea o dell’Eni di San Donato, si può semplicemente ricordare che in molte medie e grandi aziende del Nord Italia sono andate affermandosi negli anni tecniche di assistenza ai lavoratori sempre più raffinate. Si tratta di misure, come è ovvio, che molto risentono dell’andamento economico dell’azienda e quindi del clima economico complessivo. Ciononostante, nell’ultimo periodo sono stati diversi gli accordi aziendali etichettabili come interventi di “welfare”.

È assai noto il “carrello della spesa” che dal 2009 Luxottica distribuisce a tutti i suoi dipendenti una volta all’anno. Nel 2010 Intesa San Paolo ha sottoscritto un contratto integrativo aziendale fondante il Fondo sanitario del gruppo, che, per le dimensioni della platea alla quale si rivolge, è certamente tra i primi in Europa. Barilla nel 2011 ha previsto una copertura assicurativa in caso di morte, invalidità permanente, assistenza sanitaria. Ferrero, nello stesso anno, ha previsto un servizio gratuito di assistenza medico ambulatoriale per i figli dei dipendenti in età pediatrica. Quest’anno Vodafone ha perfezionato un programma rivolto ai dipendenti con salario variabile che permette di sostituire fino al 70% della propria retribuzione (i bonus dei venditori o i premi risultato dei manager) con beni e servizi a condizioni fiscali agevolate: rette per gli asili e le scuole, corsi di lingua, servizi finanziari, sostegno alla salute. Sempre nel 2012 San Pellegrino S.p.A. ha concordato coi sindacati l’istituzione del “Congedo di paternità di due settimane”.