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ILVA TARANTO/ Stefanelli (Fiom): l'azienda non può che salvarsi da sola

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Dovrà dar vita ad ingentissimi investimenti. 156 milioni di euro, la cifra finora stanziata, rappresentano un segnale di buona volontà ma risultano ampliamente insufficienti rispetto all’impegno economico effettivamente richiesto per mettere in sicurezza la fabbrica e risarcire tutti i cittadini che sono stati colpiti da patologie derivanti dall’inquinamento prodotto dall’Ilva.

Clini ha detto che l’unica via d’uscita consiste in investimenti in innovazione e tecnologia

Sono d’accordo. Solamente dotandosi degli ultimi ritrovati della tecnica e adeguandosi ai più elevati standard europei si salverà la fabbrica risolvendo il problema ambientale.

Perché la proprietà dovrebbe ritenere un’operazione del genere conveniente?

Perché non ci sono alternative.

La chiusura…

Ci risulta che i Riva abbiano un’anima profondamente industriale. Di conseguenza, è auspicabile che non possano accettare che la loro fabbrica chiuda. Del resto, si tratta di un’occasione per cogliere svariate opportunità in termini, ad esempio, di finanziamenti stanziati a livello europeo.

La chiusura, in ogni caso, rappresenterebbe un disastro sociale come ha affermato il ministro Passera?

Sarebbe una catastrofe. La storia ci insegna che ogni volta che una fabbrica, in Italia, è stata dismessa, non sono state effettuate, in seguito, la dovute bonifiche. Chi vuole la sua chiusura non vuole bene né ai lavoratori dell’Ilva, né alla città, né alla causa ambientale; lavoro e salute procedono di pari passo e non si salva l’uno senza salvare l’altro. Sarebbe come buttare il bambino e tenersi l’acqua sporca. Senza contare il fatto che, tra i lavoratori della fabbrica e quelli dell’indotto, resterebbero disoccupati circa 20mila persone. Più altre 5 o 6mila provenienti dagli stabilimenti di Genova e Novi Ligure.

Come giudica la gestione della vicenda da parte del governo?

Bisogna dargli atto che un interesse del genere non è mai stato manifestato da nessuno dei governi precedenti; questa del resto, è uno dei motivi per cui si è arrivati dall'attuale situazione. Tuttavia, i 336 milioni di euro previsti dal protocollo d’intesa per la bonifica delle zone contaminate e contenuti in un decreto legge all’esame del governo sono del tutto insufficienti.

 

(Paolo Nessi)

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