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LAVORO/ Governo-parti sociali, istruzioni per evitare le "sirene" populiste

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Domani ci sarà l’incontro tra il governo e le parti sociali, in particolare i sindacati e, a quanto è dato sapere, anche i sindacati stessi  si presentano in ordine sparso: da chi è preoccupato e ha passato l’estate in pressing e contatti per ricostruire un clima di relazioni minime e decenti con il Governo (in ciò ha contribuito anche il recente Meeting di Rimini), superando o accantonando taluni incidenti del passato, a chi invece ritiene che il Governo è giunto al capolinea e invoca lo sciopero generale (contro chi e per che cosa?), con la richiesta, irrealistica e populistica, di una detassazione general-generica delle prossime tredicesime!

Ha ragione Dario Di Vico che, sul Corriere della Sera, ritiene che il peggior nemico da sconfiggere oggi, in Italia e in Europa, siano le varie forme di populismo e disgregazione.

Per stare ai fatti di casa nostra e per stare sul concreto delle cose significa sostenere i piccoli passi, quel “passo dopo passo, senza miracoli e cambiamenti messianici” invocato dalla nostra professoressa, quella speranza realistica da trasmettere con provvedimenti e percorsi virtuosi, chiamando tutti a comportamenti coerenti e finalizzati a obiettivi condivisi.

Significa, per esempio, sostenere nelle relazioni sindacali norme e patti contrattuali finalizzati a incrementi reali di produttività ovvero un maggior utilizzo degli impianti e delle ore lavorate, detassando le parti di retribuzione collegate al raggiungimento di standard concordati e condivisi, cioè obiettivi specifici, azienda per azienda.

Risorse pubbliche certamente ma finalizzate (non a pioggia, non assistenza), risorse utili a premiare impegno, comportamenti e risultati, con il pregio di sostenere salari e stipendi dei singoli e delle famiglie, anche ai fini della domanda interna e per aiutare il circolo virtuoso redditi, consumi, tasse, produzione e quindi di nuovo lavoro e occupazione.

Questa strada, al contrario di scioperi generali e provvedimenti irrealistici, è certamente faticosa, richiede tempi medio lunghi,  comportamenti diffusi, responsabilità allargate, ma è anche l’unica per perseguire “l’abbassamento del tasso di disperazione” (Enrico Letta), per difendere imprese e produzioni, nel momento in cui la manifattura di qualità (prodotti e servizi collegati) si sta rivelando, come lo è sempre stato, il vero fattore d’eccellenza del nostro Paese.

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