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LAVORO/ Governo-parti sociali, istruzioni per evitare le "sirene" populiste

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Racconto di un piccolo fatto successo qualche settimana fa: una conversazione avuta con una professoressa di Economia, un colloquio teso a ricavare qualche elemento di riflessione da giocare in una serie di sessioni di studio rivolte a dirigenti sindacali della Cisl.

Ho posto alla nostra docente universitaria una questione, a mio parere decisiva anche sul piano dei comportamenti, ovvero il disorientamento determinato dall’incapacità di rispondere a: ma quando toccheremo il fondo sotto il profilo economico? E la risposta fu più o meno di questo tenore, la riassumo nella serie di successive e brevi valutazioni. “In effetti la situazione, in senso strettamente economico, è un disastro e occorre realisticamente apprezzare quanto si sta facendo, dall’intensificarsi delle relazioni su scala europea alla riduzione dello spread, dal realismo del passo dopo passo alle misure socialmente accettabili, oggettivamente non drammatiche almeno per chi ha un reddito e una occupazione (altro discorso ovviamente per chi non ha nulla o è precario, per chi non è entrato ancora stabilmente nel MdL).

Ma la sensazione “popolare” di andare più a fondo è determinata da quanto più abbiamo paura di andare a fondo e più si è terrorizzati, quanto più si andrà a fondo.

E’ come quando in acqua abbiamo paura di affogare perché non tocchiamo  terra con i piedi, allora iniziamo a sbattere, a fare azioni scoordinate e quindi annaspiamo o, peggio, affoghiamo; in una situazione normale, sapendo nuotare (il realismo) pur non toccando, sapremmo reagire e gestire la situazione senza affogare, pur con l’affanno di un mare agitato. Ci aggrapperemmo a quanto siamo capaci di fare, passo dopo passo, senza miracoli e cambiamenti messianici”.

Mi è venuta in mente questa conversazione pre-feriale nel momento in cui stiamo assistendo a questo “strano” dibattito circa ripresa sì, ripresa no, con il paradosso dell’immagine dei filmati televisivi  sulle vertenze delle grandi aziende in fase di riorganizzazione o cessata attività,  che non accenneranno a diminuire come numero di lavoratori coinvolti (stando agli elementi in possesso delle organizzazioni sindacali), segnalando in questo senso una perenne transizione, quale caratteristica permanente  nella trasformazione degli assetti produttivi del nostro sistema industriale e manifatturiero in particolare.

Ma ci permettiamo altresì di segnalare che sussiste una realtà, scarsamente  documentata, di piccole e medie aziende (commerciali e artigiane, industriali e delle diverse filiere di beni e di servizi) che non demordono, che fanno i conti tutti i giorni con mercati, credito, tasse e burocrazia, che difendono o creano posti di lavoro, seppur con numeri non eclatanti.

Noi non sappiamo se la ripresa si ripresenterà come in passato, sappiamo che il passato non tornerà, che il Paese non sarà più come prima e che la ricchezza diffusa sarà un po’ meno diffusa, avendo vissuto “un po’ sopra le nostre possibilità e un po’ sotto le nostre responsabilità”.



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