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IL CASO/ I numeri che mettono nell’angolo la riforma Fornero

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Elsa Fornero (Infophoto)  Elsa Fornero (Infophoto)

La riforma del lavoro torna al centro dell’attenzione. Il Ministro Elsa Fornero ha dichiarato ieri che l’accordo dello scorso giugno è un buon punto di partenza per le Parti sociali per andare avanti nelle discussioni. Il rischio di un autunno caldo è tuttavia molto elevato, dato che i sindacati non sembrano essere uniti, mentre il Governo non è disposto a mettere molti soldi sul tavolo produttività aperto dal Ministro Passera.

I dati della disoccupazione mostrano una realtà molto preoccupante con ormai oltre il 10% della popolazione attiva in cerca di lavoro; ma è ancora più preoccupante la situazione dei giovani che non riescono a entrare nel mondo del lavoro, dato che solo il 27,4% della popolazione tra 15 e 24 anni è attivo nel mondo del lavoro. In generale è il tasso di attività a dover fare preoccupare maggiormente le Parti sociali, più di quello di disoccupazione. Se infatti quest’ultimo dato è elevato, ma non è molto differente da quello medio dell’Unione europea, il numero di persone dentro il mondo del lavoro è estremamente basso dato che solo il 62% è incluso. In Germania, per esempio, il dato è di 15 punti superiore, ma anche la Spagna raggiunge quasi il 74%.

Il problema è dunque come cercare di fare entrare le persone nel mondo del lavoro, in particolare i giovani e le donne come ricorda il Ministro Fornero sulle colonne di Repubblica in una piccata risposta all’economista di Fermare il Declino Alessandro De Nicola. Il problema è forte e chiaro, ma il metodo per cercare di risolvere questa “tragedia” nazionale è ben diverso. Giustamente l’economista ricorda che sarebbe più efficace un abbassamento del cuneo fiscale anche solo di un solo punto, piuttosto che premiare quelle aziende che mettano nel proprio consiglio direttivo dei sindacati. Quale merito ha infatti cercare di copiare un modello tedesco solo in minima parte senza andare nella direzione di una piena flessibilità del mercato del lavoro?

In Germania si è adottato un vero mercato del lavoro con contratti di secondo livello funzionanti, dove lo scambio produttività e flessibilità in cambio di salario ha cominciato a funzionare molto bene. Non è un modello dissimile da quello adottato nel contratto Pomigliano di Fiat, che non a caso ha deciso di uscire da Confindustria quando ha compreso che tale modello avrebbe trovato delle difficoltà di applicazione con l’accordo del giugno 2011 (quello ricordato ieri dal Ministro).

In Germania questa flessibilità in uscita è stata introdotta con un effetto sorprendente; non solo è aumentato il tasso di attività dei giovani e quella del mercato del lavoro in generale, ma anche quello della fascia d’età compresa tra i 55 e i 64 anni. In particolare nel 2011 gli “anziani” al lavoro sono ormai il 64% contro il 43% solo di un decennio prima.



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COMMENTI
14/09/2012 - Sindacati nei consigli di amministrazione (Moeller Martin)

Quella dei sindacati nei consigli di amministrazione genera un'altra serie di bufale pazzesche in Italia. Sono presenti da sempre e non solo da pochi anni nei consigli di amministrazione. Ma sono appunto solo presenti, in minoranza e soggetti come tutti al vincolo del segreto. Non come in Italia, dove quando escono da un incontro con l'azienda indicono subito una conferenza stampo svelando tutti i progetti e segreti di cui sono venuti a conoscenza. Avete mai sentito di un sindacalista tedesco che spiatella alla stampa i progetti dell'azienda? Eppure li conoscono molto bene. Ma soppratutto non vi è nessun tipo di cogestione, come invece vogliono sempre far credere in Italia. Per non parlare del fatto che la presenza del sindacato nel consiglio di amministrazione si applica ovviamente solo alle aziende che hanno un consiglio di amministrazione. Il grosso dell'industria tedesca, il cosidetto 'Mittelstand' sono aziende assolutamente padronali. Con in parte dimensioni e fatturato che da noi sarebbero industrie di interesse nazionale, sono per la maggior parte delle SAS. Altro che modello in cogestione sindacale! Di recente la sinistra italiana ha lanciato una gran campagna a favore di presunte riforme fatte da Schroeder, volendo forse far credere che Bersani non sarebbe da meno. In realtà Schroeder ha tagliato lo stato sociale e poco più per poter pagare la 'riunificazione'. Il modello Germania è basilarmente rimasto immutato dai tempi di Adenauer, Erhard e Kiesinger.

 
14/09/2012 - In Germania non è così! (Moeller Martin)

Non è questo il 'segreto' del funzionamento delle cose in Germania. Quello che Lei scrive, interessa solo poche grandi aziende. Parliamo dei grandi gruppi, non del vero tessuto produttivo che è generalmente indicato nella media industra, quelli con circa 2.000 dipendenti. Questi come per tutti gli altri comuni mortali, NON hanno contratti nazionali di nessun livello, semplicemente perchè NON adottano lo schema della contrattazione sindacale all'italiana. Le assunzioni sono per contratto diretto ed individuale, che se vuole può essere diverso per ogni suo dipendente. La stato regola per legge gli obblighi cardinali di riferimento, come il versamento di contributi, il lavoro in nero, le ore di lavoro massimo, le prestazioni sociali quali la malattia e il diritto alle ferie ecc. Per il resto, il rapporto azienda/lavoratore puo essere concordato liberamente. Per quanto riguarda la flessibilità in uscita, non servono norme in quanto basta disdire il contratto di lavoro. In questo caso si hanno tipicamente 1 o 2 mesi di preavviso (con un minimo fissato per legge), sia che la disdetta avvenga da parte della azienda o del lavoratore. Gli stipendi vengono aumentati per non farsi 'scappare' i dipendenti validi e non per altri motivi. Si sente spesso dire che in Germania vige un modello di economia sociale, ma sono tutte frottole. L'economia è molto liberale il che permette crescita e utili da cui lo stato (e NON le imprese) attinge i mezzi per fornire le prestazioni sociali.