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FABBRICA ITALIA/ C’è un contratto per "licenziare" Marchionne e Fiat

Le recenti dichiarazioni di Fiat su Fabbrica Italia hanno riacceso le polemiche tra Sergio Marchionne e i sindacati del nostro Paese. Il commento di MERISIO COLLEONI

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Il problema della Fiat? I sindacati. Non Marchionne, come dice qualcuno. Tantomeno la Famiglia. Ma i sindacati. Sergio il Grande, come lo vede Obama, è solo un dettaglio. Un prezioso accessorio nella lunga storia della prestigiosa casa automobilistica italiana, un diversivo, uno specchietto per le allodole. Dove le allodole sono proprio i sindacati. Con la Famiglia che perso ogni riferimento di saggezza motoristica dà ormai più volentieri il meglio di sé nelle mondane tribune calcistiche a contar coccarde. (Detto proprio tra parentesi: una volta leggevi sui giornali di Agnelli e Abete e pensavi a industriali e presidenti della Confindustria, oggi ti trovi a leggere di gol fantasma, scudetti virtuali, giochi di scommesse e via dicendo).

Ma torniamo al punto: la Fiat e i sindacati. Il problema sono loro perché tu non puoi guardare a uno come Marchionne e prenderlo sul serio. Se almeno una volta nella vita hai giocato a poker, o quantomeno hai visto le dirette su Sky un paio di sere, non puoi prendere per buono uno così. Marchionne bluffa. È fin troppo evidente. Lo ha sempre fatto, forse lo faceva già da piccolo, di certo lo sa fare benissimo. Non lo fa in America, dove di poker la sanno lunga, ma lo fa benissimo in Italia, dove tra fenomeni di briscola e Scalaquaranta c’è solo da scegliere.

Il presupposto è: alla Fiat non interessa un bel niente di fare macchine in Italia. Il motivo è che non ci si guadagna, non almeno nel modo che piacerebbe ai suoi azionisti, cioè lucrando su montagne di finanziamenti pubblici o vendendo auto così così in un mercato drogato dagli incentivi. Per questo si è fatta giusto comprare dalla Chrysler, ma fingendo di essere stata lei a comprare gli americani. E allora chi meglio di un giocatore di poker professionista poteva confondere le idee qui da noi?

Un giorno faccio le macchine in Polonia, un altro le porto in Serbia, un giorno dico che è meglio chiudere tutto, poi rilancio che mi compro pure la Opel, passa una settimana e punto tutto su Pomigliano, poi dico che non si può fare perché gli italiani al Sud non lavorano. Poi un bel giorno metto sul tavolo il rilancio più grande che c’è: Fabbrica Italia, 20 miliardi di investimenti tutti qui, grandi promesse, grandi auto, lavoro per tutti, e il miraggio di un Paese che riscopre magicamente la sua vocazione industriale.

Ora, fermiamoci un attimo. Un mio vecchio amico che legge molti giornali ma non parla mai con nessuno, e soprattutto non ha mai studiato economia, nel 2008 dopo la bancarotta della Lehman mi aveva detto serio serio: da questa crisi non usciamo prima di dieci anni. Ora, realisticamente, tu che sei un super amministratore delegato globale e che come giardino di casa hai il mondo, puoi pensare nel 2010, l’anno in cui la Fiat compra pagine e pagine di pubblicità per montare il miraggio di Fabbrica Italia, che la gente tornerà a comprare auto così in fretta? Senza che gliele regalino a colpi di sconti e incentivi? Con le fabbriche che licenziano? Con i salari che scendono? Con la benzina che sale? Con tu che per primo non sei disposto a pagare più di tanto uno che lavora?