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MONTI-MARCHIONNE/ Quegli "incentivi" che tutta l’Italia vuole

Mario Monti e Sergio Marchionne (Infophoto) Mario Monti e Sergio Marchionne (Infophoto)

E ora? Si stava scherzando? Certamente no. I dati del mercato automobilistico sono noti a tutti, non sono confezionati da Marchionne. Dal 2010 a oggi la Fiat ha costantemente perso quote di mercato (e, per quanto riguarda l’Italia, siamo certi che quell’accordo e, ancor più, il modo in cui è stato descritto mediaticamente, non abbia determinato un calo delle vendite di Fiat?). La sottoproduzione degli impianti era segnalata dall’azienda come una delle ragioni del progetto Fabbrica Italia: negli anni è diventata ancor più grave.

Ma la Fiat non si dimentichi che per quell’accordo la maggioranza dei sindacati metalmeccanici si è giocata la faccia e la reputazione, credendo responsabilmente in un progetto che non è mai stato completamente dettagliato. Non si dimentichi neanche di quel 63% di operai che ha fatto una scelta tutt’altro che ovvia approvando il referendum di giugno 2010. Non si dimentichi, infine, che un repentino cambio di programmi di investimento sarebbe una pietra tombale sulle relazioni industriali del gruppo, che diventerebbero estremamente conflittuali, incapaci di creare valore (che pure serve abbondantemente) e dominate dalla sola Fiom, che non aspetta altro che poter dire: “Vedete, abbiamo ragione a dire (sempre) no”.

Certo, si può obiettare che il conto economico è una misura oggettiva; che il business esige scelte difficili; che la competizione globale non lascia sul campo superstiti; che le decisioni, alla fine, le fa la proprietà; che se fallisce Fiat il problema non è solo Pomigliano, ma vi saranno migliaia di persone che perderanno il lavoro. È la mediazione tra questi due estremi, senza ideologie, quella che dovrà tentare il premier Monti domani.

Nella speranza che dal confronto non solo esca una qualche soluzione, ma che questa non sia solo per Fiat (altri incentivi?), bensì l’occasione per “gettare il cuore”oltre l’ostacolo e convincersi a mettere in campo quelle tante misure che tutte le imprese richiedono, anche quelle che non vanno sui giornali e non frequentano i salotti buoni: minore tassazione per respirare e ripartire; meno burocrazia per essere più leggeri; regole del lavoro più semplici per incentivare maggiore occupazione.

@EMassagli

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