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MONTI-MARCHIONNE/ Quegli "incentivi" che tutta l’Italia vuole

Domani il Premier Mario Monti riceverà Sergio Marchionne. Un incontro che può essere importante per tutte le imprese italiane EMMANUELE MASSAGLI ci spiega perché

Mario Monti e Sergio Marchionne (Infophoto) Mario Monti e Sergio Marchionne (Infophoto)

La forza delle relazioni industriali non sta nella inderogabilità di quanto concordato, come accade per le leggi, che cristallizzano i rapporti di forza o la volontà unilaterale del legislatore. Non sta neanche nella sanzione legata al possibile inadempimento: (quasi) nessuno negozia lungamente e firma un contratto per contraddirlo.

La contrattazione collettiva si fonda sulla volontà delle parti di autoregolarsi senza ingombranti interventi esterni; sulla capacità di rendere effettivo quanto concordato, attuando investimenti, assumendo personale, aumentando i salari, ecc. per la parte datoriale e riuscendo a comunicare ai lavoratori la bontà di quanto sottoscritto, rendendolo effettivo, per la parte sindacale; sulla fiducia e il crescente rispetto che si costruisce accordo dopo accordo, quando l’atteggiamento del sedersi al tavolo negoziale per non essere “fregato” (o per ingannare) lascia il posto alla coscienza che buone relazioni di lavoro comportano vantaggi per tutti. Per questo tradire un accordo sindacale, tanto più se complesso e sofferto, è atto grave, capace di generare incontrollabili reazioni a catena.

È quello che sta accadendo in questi giorni, dopo un’inaspettata dichiarazione dell’amministratore delegato di Fiat. Difficile capire se voluta (allora da spiegare meglio) o fraintesa (il “tiro” è stato effettivamente corretto nei giorni successivi). Il caso Pomigliano, per quanto estremamente circostanziato e lontano dalla dimensione usuale dei conflitti industriali del nostro Paese, ha fatto scuola.

Da due anni agita le riflessioni scientifiche dei giuristi del lavoro e dei relazionisti; mette alla prova le competenze (e la fantasia) dei giudici; alimenta trasversalmente il dibattito politico; ha determinato profonde lacerazioni tanto nel fronte sindacale (non solo metalmeccanico) quanto all’interno del mondo confindustriale. È stato l’accordo che ha fatto riscoprire l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori (facendo insorgere anche nel sindacato il dubbio che la legge 300 possa non essere più capace di leggere il mercato del lavoro); ha rilanciato la contrattazione decentrata (in questo caso diventata addirittura contratto collettivo specifico di primo livello); ha “messo il turbo” ai negoziati per la sottoscrizione dell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011, firmato dalla Cgil anche perché ha ottenuto una chiara irretroattività che, altrimenti, avrebbe sanato (politicamente, non tecnicamente) proprio il caso Fiat; ha dato testimonianza della forza dei contenuti del successivo articolo 8 del DL 138/2011, che solo ora ha incominciato a mostrare la sua portata rivoluzionaria e che contiene una norma manifestatamente pro-accordo di Pomigliano; ha scatenato una profonda e ancora non conclusa riflessione sulle modalità di fare rappresentanza oggi e sull’esigenza di relazioni industriali partecipative per incentivare occupazione e preservare il reddito.