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FIAT/ Così Merkel e Monti "frenano" il piano di Marchionne

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Tutto questo sconquasso sindacal-contrattuale, Marchionne l’ha fortemente voluto per porre gli stabilimenti italiani nelle condizioni di produttività necessarie a competere, a sentir lui: ma non per questo ne ha riscattato le sorti.

Cos’è successo, nel frattempo, ai conti del gruppo Fiat? Sul piano finanziario, tutto strabene: tanto che il 2012 si profila come l’anno migliore dal punto di vista dei risultati economici. E sul piano industriale? Tutto ottimamente per il mondo non-auto, racchiuso nel gruppo Fiat Industrial. Tutto pessimamente per la produzione automobilistica dei marchi Fiat, Alfa Romeo e Lancia (la Ferrari e la Maserati si sono salvate), nell’insieme crollati in Europa di quota di mercato più dei concorrenti storici, che grazie ai loro modelli più nuovi hanno strappato posizioni ai torinesi. Il tutto, in base allo strano teorema - escogitato quando la Fiat in realtà non avrebbe avuto soldi per investire, neanche se avesse voluto - secondo cui quando il mercato scende non si devono lanciare nuovi prodotti. Forse è anche vero, ma se la concorrenza li lancia, si porta via i clienti: e di fatto le vendite di auto dei marchi Fiat in Europa sono scese del 16,6%, peggio di tutti i marchi concorrenti (anche se tra essi solo la Volkswagen è cresciuta, peraltro di appena lo 0,57%), e in Italia del 20,2%, superate nel crollo solo dai marchi Gm e Ford.

Ma cosa dice, ora, Marchionne, ai suoi dipendenti, ai sindacati, al governo e addirittura all’Europa?

Dice una cosa assolutamente logica in sé, se non fosse anche il contrario di quel che ha detto o almeno lasciato capire negli ultimi due anni: dice, cioè, che il futuro dell’Italia è produrre auto da esportare, il che potrebbe essere anche vero - c’è da augurarselo - ma contraddice la sua teoria secondo cui in Italia non ci sono le condizioni competitive per produrre. Marchionne sostiene anche, però, che la Fiat da sola non può riuscire in questo miracolo, che pure promette di sforzarsi di compiere, se non sarà aiutata dal governo italiano nella creazione di condizioni di maggior competitività (?) e dall’Europa nella determinazione di una nuova politica economica che freni la concorrenza sleale dei produttori orientali e rimetta ordine anche sul mercato del Vecchio Continente, dove, secondo Marchionne, anche la Volkswagen avrebbe fatto “dumping”, cioè vendite sottocosto, proprio per scippare clienti.

Ora è chiarissimo che, anche se Marchionne avesse ragione, pone due condizioni irraggiungibili all’attuazione delle sue promesse, cioè dei futuri investimenti su questa Fiat “formato esportazione”: una condizione irraggiungibile la pone al governo Monti, a sei mesi dalla scadenza e con ben altre priorità in agenda che gli interventi “di fino” pro-auto chiesti dal manager; e un’altra condizione irreale la pone all’Europa, dove nessuna autorità, neanche Barroso in persona, ha oggi la forza politica per aprire un nuovo fronte di scontro con la Germania, dalla cui accondiscendenza già tutti gli altri Stati membri dipendono affinché il Fondo salva-Stati ci difenda dalla speculazione internazionale sui titoli pubblici.