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FIAT/ Così Merkel e Monti "frenano" il piano di Marchionne

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Per essere brutalmente chiari, è come se Marchionne avesse detto: “Credo nell’Italia e investirò in Italia, a patto che alla Merkel spuntino le ali e si metta a volare e che a Monti spuntino le branchie e inizi a nuotare sott’acqua”. Un discorso del genere, su questi toni estremizzati, non è da manager: è da politico. E di fatti, quello di Marchionne è stato, al Lingotto, un discorso denso di spunti emotivi, di orgoglio indomabile, di affettività forse perfino sincera verso l’azienda e chi ci lavora e anche, come sempre, un’apertura di tavolo da politico, anzi da consumato giocatore di poker: scordiamoci il passato, quel che è detto è detto, la Fiat quest’anno, anche con l’Italia in ginocchio, guadagnerà più soldi che mai, io sono qui e qui resto, sono pronto a investire ma prima voialtri - governo, Europa, mondo - dovete far qualcosa per me.

Alla fine ha citato Einstein. Ma verrebbe da citare Kennedy: “Non chiedete cosa il vostro Paese può fare per voi: chiedete cosa voi potete fare per il vostro Paese”. E appunto: il Paese di Marchionne non è l’Italia.

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