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Lavoro

Il lavoro somministrato è la strada maestra per la buona flessibilità

Ecco come le novità introdotte dal ministro Fornero nella riforma del lavoro possono essere aggiustate verso una maggiore flexsecurity. Il punto di STEFANO COLLI-LANZI

(Infophoto)(Infophoto)

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La riforma del mercato del lavoro, intervenendo sulle tipologie contrattuali presenti in Italia, ha voluto rafforzare l’utilizzo del contratto a tempo indeterminato, nel tentativo di porre fine all’uso distorto di altre forme di lavoro falsamente non subordinate e di limitare la diffusione di forme di cattiva flessibilità. Questo intervento ha finito però per focalizzarsi più sulla rimozione delle criticità (pars destruens) che su un’autentica e percorribile proposta di sviluppo (pars costruens).

Ma in un contesto come l’attuale, che necessita di indicazioni chiare e di strumenti validi, che facilitino la ripresa, lo sviluppo economico e quindi la creazione di nuovi posti di lavoro, può forse essere sufficiente che il governo permanga su linee difensive, che mirano solo a contenere i danni derivanti da una cattiva flessibilità? Possono Confindustria e sindacati attestarsi su una resistenza ad oltranza e combattere solo per ottenere una restaurazione -  chi dell’articolo 18, chi del contratto a progetto -  in una battaglia di retroguardia? Possiamo permetterci nell’attuale situazione di essere frenati, nell’inevitabile e auspicabile processo di innovazione del mercato del lavoro, da arcaici e radicati pregiudizi ideologici che identificano la flessibilità come sinonimo di precarietà, a prescindere dalle modalità con cui viene gestita?

La risposta non può che essere “no”. Non possiamo più subire acriticamente vecchi schemi, che non ci consentono di leggere l’attuale situazione, molto diversa da un tempo. In cosa, in particolare, risulta infatti mutata?

Da un lato nel fatto che il mondo chiede alle aziende sempre maggiore flessibilità, rendendola un dato inevitabile; dall’altro dobbiamo renderci conto che questa richiesta di flessibilità coinvolge sempre più persone, che non sono naturalmente in sintonia con questa situazione ma che, al contrario, hanno bisogno di stabilità per costruire un percorso personale e professionale.

Il tema della flessibilità in entrata in particolare è infatti decisivo e non va sottovalutato, riguarda complessivamente più di 5 milioni di persone, ed in particolare coloro che sono temporaneamente disoccupati senza avere qualificazioni specialistiche: almeno inizialmente questi soggetti potranno probabilmente ritrovare un posto solo attraverso forme di lavoro flessibile. Inoltre, il contesto economico generale è oggi fortemente depresso e, anche qualora dovesse gradualmente iniziare a riprendersi, necessiterebbe, ancor più di prima, di buona flessibilità; il che rende quindi assolutamente decisiva e fondamentale l’individuazione di soluzioni volte ad evitare il rischio che la necessaria flessibilità si trasformi in pericolosa precarizzazione per i lavoratori coinvolti.

Tutto ciò richiama con urgenza alla necessità di individuare soluzioni che permettano di raggiungere l’obiettivo della flexicurity. Se, infatti, si ritiene che esistano convincenti strumenti, capaci di garantire flessibilità e sicurezza, appare evidente che essi non devono essere biasimati ma piuttosto indicati come una strada positiva da percorrere.