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DISOCCUPAZIONE/ La Fornero e una riforma a metà che lascia a casa i giovani

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Certamente l’apprendistato rappresenta un percorso di inserimento privilegiato per questi giovani e la riforma è intervenuta su questo aspetto. Purtroppo però non ha reso più semplice l’attivazione di tale contratto, essendo state inserite regole che rischiano di renderne più difficile l’utilizzo soprattutto per le piccole e medie aziende (le realtà che maggiormente creano occupazione nel nostro Paese). 

Per i giovani laureati le opportunità di lavoro sono migliori se si tratta di laureati in aree tecniche e scientifiche, molto più difficili se di aree umanistiche e sociali. Le opportunità di ingresso sono prevalentemente temporanee sia in Italia che all’estero, ma i dati dimostrano che nell’arco di 2/3 anni con il crescere della professionalità e nel mercato privato il percorso di lavoro si sviluppa con sostanziale linearità. Non è così per il pubblico impiego, sostanzialmente bloccato per i giovani e capace solo di creare la vera precarietà (lavori che spesso non aiutano a sviluppare percorsi di responsabilità e professionalità). Anche in questo caso la riforma non interviene esplicitamente, lasciando sostanzialmente aperta la strada dell’apprendistato (vedi sopra… e solo nel privato) e “irrigidendo” i contratti a tempo determinato, con il rischio che aumentino le difficoltà di ingresso dei giovani.

Non secondario e profondamente radicato è anche il divario territoriale, che sostanzialmente fa sì che oggi le scarse opportunità lavorative siano concentrate nel Nord del Paese, fattore che costringe i giovani alla fuga dal Sud.

Si può fare una riforma del lavoro senza legare alla stessa reali politiche di sviluppo e crescita? Quali investimenti sono finalizzati al sostegno di un lavoro “buono” come dice il ministro? Ad oggi non ci sono strade chiare e definite, solo qualche accenno, molti dibattiti ma pochi fatti. 

In questo scenario, dove sembra abbattersi il rischio di abbandonare la speranza nel futuro, stanno accadendo fatti che rimettono in gioco l’iniziativa personale e sociale di molte persone. Nella recente mostra del Meeting di Rimini, intitolata "L’imprevedibile istante. Giovani per la crescita" sono documentate esperienze di giovanissimi - diplomati, laureati, insegnanti, imprenditori - che nella crisi, attraversando le circostanze di ogni giorno, hanno riscoperto il loro desiderio di bellezza, di verità e generato tentativi nuovi, positivi per sé e per altri. Sono queste esperienze che, se osservate con attenzione, possono diventare il punto con cui ri-giudicare le politiche di intervento del nostro Paese, certi, come dice la frase finale del volume pubblicato in occasione della mostra del Meeting di Rimini, che «la persona che vive fino in fondo la sua natura non da sola è la più grande risorsa del nostro Paese: una risorsa più grande della crisi, di questa crisi; soprattutto in chi è giovane, può essere il fattore di nuova crescita, di nuovo sviluppo». 

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COMMENTI
04/09/2012 - numeri e sottocultura (Antonio Servadio)

Disapprovo questo modo diffuso e ormai cronico di fare giornalismo. Le cifre vanno riportate in modo conciso sì, ma completo. Se mostrate sempre e solo le cifre di un'unica classe di età e solo i dati percentuali distorcete l'informazione e comunque non siete corretti nel sentirvi autorizzati a parlare sempre e solo di giovani. Oltretutto alimentate una sotto-cultura di scontro generazionale che non porta nulla di buono a nessuno e men che meno a questo paese già così culturalmente sottosviluppato.

 
03/09/2012 - disoccupati Istat (pietro aimetti)

Commentavamo con alcuni colleghi di Gruppo Clas i dati diffusi dall'ISTAT. Da un lato va osservato che la riduzione dei giovani occupati è evidente e conferma una serie di monitoraggi su scala territoriale che da tempo svolgiamo (es. Emilia Romagna, Lombardia, Umbria, alcune province piemontesi). Dall'altro lato va però sottolineato che anche la popolazione della fascia di età in oggetto (15-34 anni) è in significativo calo negli ultimi 5 anni, cosicchè ragionando sul tasso di occupazione e non sul valore assoluto degli occupati la riduzione nel periodo risulta un po' più contenuta (dal -20% circa al -14,4%).