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IL CASO/ Quel "regalo" che fa aumentare la produttività del lavoro

Sul lavoro non basta una macchina perfettamente oliata per competere. Occorre, spiega FRANCESCO SANSONE, quella scintilla gratuita che sola può mettere in moto anche l'ultimo degli arrivati

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Nelle organizzazioni esistono comportamenti che contribuiscono ad alimentare la produttività, mentre altri suscitano tensioni, malesseri e determinano un clima aziendale instabile. I primi sono da considerarsi atteggiamenti, competence attitude e asset intangibili che costituiscono fattori di crescita, creano orizzonti, favoriscono la progettualità e lo sviluppo nel medio-lungo periodo. Fra questi fattori vi può essere certamente annoverata la generosità.

Nei libri IV e V dell’Etica Nicomachea, Aristotele definisce la generosità quale il giusto mezzo fra avarizia e prodigalità: il generoso è colui che si comporta con disinteresse e coraggioso altruismo. Si può dunque definire generoso chi con coraggio si prodiga per il bene degli altri senza avere in mente, in nessun modo, l’obiettivo del tornaconto che potrà non essere necessariamente di carattere economico.

L’accresciuta stima dell’opinione pubblica, per esempio, può essere un ambìto tornaconto, così come l’accresciuto apprezzamento di chi ci è vicino. Se dono cifre di rilievo e lo comunico ai quattro venti non posso certo essere definito generoso: sto solo tentando di guadagnarmi maggiore stima, di apparire migliore di quanto non sono. Se faccio doni a chi mi è vicino, ma lo faccio nell’intento di avere qualcosa in cambio, anche solo la sua riconoscenza o la sua aumentata confidenza, sto mirando a un tornaconto e nemmeno in questo caso posso essere definito generoso. Sono generoso, invece, quando il mio dare, il mio prodigarmi, il mio donarmi hanno un unico scopo: il bene dell’altra persona. Dono perché provo gioia nel rendermi utile, perché sono felice di aver colmato un’altrui necessità, perché l’unico tornaconto che desidero è il sorriso di chi è oggetto del mio pensiero, perché il mio piccolo gesto può fare molto piacere a chi ne è destinatario.

Nell’attuale contesto lavorativo una forma di generosità può essere rappresentata dallo scambio del sapere, ovvero dal trasferire a uno o più colleghi il frutto del proprio apprendimento comprese le “conoscenze di fatto”, cioè quelle abilità frutto di esperienze e vissuti, non apprendibili né dalle normative, né dalla istruzione codificata, la cosiddetta conoscenza tacita. Il manager generoso percepisce le situazioni e diventa parte attiva, non sollecitata da terzi, per dare soluzione alle problematiche, anche a quelle latenti, non poste all’attenzione immediata; spesso di tratta di prevenire il disagio di quanti vivono in condizioni non consapevoli e non sanno raccontarsi e vedere oltre.