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Lavoro

DISOCCUPAZIONE/ Megale (Cgil): pubblico impiego e patrimoniale, ecco le nostre idee

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Anzitutto serve una politica per la crescita dimensionale delle piccole imprese e per l’innovazione come condizione per superare il differenziale di produttività tra il nostro paese e paesi come la Germania, la Francia e la Gran Bretagna. Sia la politica industriale tramite incentivi sia l’erogazione del credito da parte del sistema bancario alle piccole e medie imprese pertanto vanno ancorati a obbiettivi programmati di crescita della produttività. Si badi bene che il tema non è la produttività individuale, poiché in Italia si lavora 1778 ore mentre in Germania 1409. Nelle medie imprese, il cosiddetto quarto capitalismo, la produttività italiana è più alta di quella tedesca. E per conseguire questo obiettivo bisogna anche ridurre le tasse sui redditi e rapportare il salario alla produttività, adottare un piano straordinario per l’occupazione e politiche di incentivi alle imprese. In particolare, oltre al sostegno dell’innovazione, bisogna promuovere con politiche adeguate una dimensione più grande delle piccole imprese. Anziché 4,3 milioni di imprese con 3,5 addetti l’una, dovremmo guardare alla Germania che ha 700 mila imprese e una media di 13/14 dipendenti.  

 

Francesco Forte, intervistato sulle colonne di questo giornale sul piano Passera, ha messo in guardia da ritorni ad un'impostazione verticistica dei contratti, specificando che si tratta di una “prospettiva che di recente è stata ribaltata dai contratti proposti per Fiat Auto da Sergio Marchionne”. Lei cosa ne pensa?

 

Oggi le regole sono quelle stabilite dall’accordo del 28 giugno. Più che parlare di deroghe al contratto nazionale, si impone l’esigenza di allargare la contrattazione a tutti quei sistemi di piccola impresa che in quanto troppo piccoli hanno una produttività troppo bassa. Allargando la contrattazione si può promuovere la produttività ancorando ad essa il salario. Le scelte di Marchionne hanno fatto male al paese e ai lavoratori. Sono scelte che non hanno avuto a mente l’interesse nazionale. Di promesse è pieno il mondo, ma le sue si sono dimostrate chiacchere. Non sono seguiti i fatti. Non è un esempio da imitare né per il paese né per i sindacati. Anzi dovrebbe far riflettere i sindacati che a quel momento hanno dato credito.

 

È in vista una nuova tornata di scioperi?

 

Il governo Monti, che ha dato una buona immagine dell’Italia nel mondo, non ha saputo fare una politica all’insegna di equità, crescita e lavoro. A partire dalle scelte micidiali sugli esodati, dall’incapacità di delineare una politica per la crescita e dall’assenza di una politica fiscale. Su questi punti bisogna incalzare il governo che deve dare risposte esplicite già dall’11 settembre. Se non ci saranno, una mobilitzione comune è da auspicare, fino anche a convocare uno sciopero generale, possibilmente unitario.

 

(Matteo Rigamonti)

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