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ELEZIONI/ La "casta" del lavoro da battere con il voto

Il dibattito sull’articolo 8 può essere, in questa strana e particolare campagna elettorale, decisamente importante anche per il futuro del sindacato. Ci spiega perché GIANCAMILLO PALMERINI

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Il dibattito sull’articolo 8 può essere, in questa strana e particolare campagna elettorale, un incentivo per aprire un discorso pubblico su “il sindacato che vorremmo” nel terzo millennio. Le novità introdotte dall’art. 8 nel DL 138/2011 rappresentano, infatti, il tentativo di scardinare, recependo e facendo proprie le migliori esperienze di partecipazione, realizzatesi dentro i luoghi di lavoro con l’accordo di imprenditori e lavoratori, un modo ideologico, superato e, per molti aspetti, conservatore di intendere e vivere l’esperienza sindacale.

Chi chiede l’abrogazione di questa previsione normativa, estremamente innovativa per l’Italia, sembra, quindi, non essersi accorto di come sia profondamente cambiato, rispetto a solo un paio di decenni fa, il modo di produrre e fare impresa e come il nostro Paese si caratterizzi, da troppo tempo, per bassissimi tassi di produttività non più sostenibili e accettabili per un moderno sistema produttivo.

In questo contesto, il dibattito sull’articolo 8 stimola una riflessione ulteriore e più complessiva su cosa significhi, oggi, fare azione sindacale e rappresentanza, come si possa delineare un moderno modello di democrazia partecipata e come si dispiega, in questo difficile momento economico, un’azione di Governo autenticamente riformista e riformatrice. Il tema incoraggia certamente una discussione che dovrebbe stimolare le Parti sociali nel far emergere tutta la ricchezza, la varietà e la pluralità delle posizioni che su queste tematiche le caratterizzano.

Ci si auspica, infatti, che nei prossimi mesi l’associazionismo sindacale si muova in una logica di maggiore ascolto che lo aiuti a tornare in sintonia con il tessuto produttivo e con i lavoratori rispetto ai quali, troppo spesso, sembra manifestarsi, anche in un periodo come quello che stiamo vivendo, un incomprensibile distacco. A titolo meramente esemplificativo, si pensi alla difficoltà per i sindacati di confrontarsi con le giovani generazioni che, in questo momento difficile per l’economia globale, si stanno affacciando per la prima volta nel mercato del lavoro. Viene da chiedersi se i sindacati tradizionali siano sempre in grado di parlare a questi ragazzi, aiutarli e supportarli in scelte cruciali per il loro avvenire e, soprattutto, dare rappresentanza alle loro istanze, alle loro speranze e alla loro fame e voglia di futuro.

Sono queste le domande che, probabilmente, un sindacato moderno dovrebbe farsi nell’affrontare le sfide del presente volendo ancora incidere e contribuire alla modernizzazione del Paese. L’unica alternativa che ha di fronte è, infatti, quella di diventare una nuova “casta” incapace di svolgere la propria missione nella società del terzo millennio e strenua sostenitrice dei diritti degli “insider” e di chi ormai, per raggiunti limiti di età, è già uscito dal mercato del lavoro.


COMMENTI
21/01/2013 - Bersaglio mancato.... (Mariano Belli)

Giusto in un paese pieno di cialtroni come il nostro può capitare di sentir definire "casta" chi difende il diritto al lavoro (sancito all'art.1 della Costituzione per i più smemorati). Se avete voglia di prendervela con qualcuno (e ci può stare...) prendetevela con chi ha creato il mostruoso debito pubblico italiano, con chi pensa di risolverlo con il "rigore" e con gli sprechi della casta, quella vera, piuttosto che con gli "insider" che tentano di far sopravvivere la propria famiglia!