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Lavoro

ELEZIONI/ Le cinque domande sul lavoro che valgono un voto

Il Consiglio nazionali dei consulenti del lavoro ha presentato un documento contenente cinque domane ai rappresentanti dei partiti. Il commento di MARTINA MARMO

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Mi siedo tardi davanti al pc per scrivere questo mio articolo, dopo una giornata di cose e pensieri, come certamente accaduto a tanti di noi oggi e non solo. Mi tornano alla mente cinque domande, quanto mai fondate, in cui mi sono imbattuta nel pomeriggio e che i consulenti del lavoro hanno iniziato a porre sui propri profili Facebook e Twitter ai rappresentanti dei partiti (qui il testo dell’intero comunicato stampa); leggendole, mi torna in mente una riflessione su quanto il lavoro condirà questa campagna elettorale. Ecco che ora trovo uno strumento semplice e utile per sondare la proposta politica di chi - ormai dalle 20:00 di lunedì sera - si candida a sedere in Parlamento, per giunta sul tema che definisco forse presuntuosamente il più interessante.

Quali sono i problemi più annosi che la categoria dei consulenti ha individuato e perché? A una prima lettura sembrerebbe che il lavoro sia solo il primo profilo con cui indagare gli impegni elettorali, ma grazie alla spiegazione resa in calce a ogni quesito dal comunicato del Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro si evince che è sempre lui il tema che fonda tutte e cinque le questioni, riassunte in parole-chiave: lavoro, liberalizzazioni, regole e mercati, sviluppo, giovani. Procedendo in ordine, mi piace ragionare con un foglio word aperto davanti sul perché ritengo giusto scegliere i prossimi amministratori sulla base di quanto mi convinceranno sulle singole voci di questo elenco.

1. Lavoro (“In Italia vi è una sola grande urgenza, priorità delle priorità, l’occupazione. Come intende operare?”): se di fronte all’emergenza occupazionale non si ricorre a correttivi drastici e convincenti, sarà complicato parlare di crescita dell’Italia, a prescindere dal calo dello spread, dal pareggio di bilancio e dalle politiche di austerità. Misure austere sono anzi il nemico numero uno dell’occupabilità e con essa della ripresa. L’operato che vorrei è quindi quello che garantisca in primis l’occupabilità e non anteponga alla sua garanzia un’ottusa difesa di tutele che invece nascono solo quando occupati si diventa.

2. Liberalizzazioni (“In questi anni ‘liberalizzare’ ha significato sempre e soltanto abbassamento della qualità (libere professioni) e concorrenza con poche tutele (chiusura delle edicole). Cosa e come intende liberalizzare? Nel nome dell’Europa e del mercato o del buon governo utile al Paese?”): liberalizzare non può e non deve voler dire negare quanto le professioni hanno finora assicurato, appunto una professionalità di rilievo in molti settori centrali e nei quali non può essere consentito scambiare la qualità con la concorrenza. Fin troppo semplice rispondere che le liberalizzazioni devono essere nel nome del buon governo, che inevitabilmente conduce anche al bene dell’Europa e del mercato.