BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

ELEZIONI 2013/ Così donne e giovani possono "liberare" il lavoro in Italia

L’Ocse ha ben dimostrato come il futuro dell’economia globale sia nelle mani delle donne, alla loro partecipazione al mercato del lavoro. Il commento di ALESSANDRA SERVIDORI

Infophoto Infophoto

Il futuro dell’economia globale è in mano alle donne, tranne che in Italia. Più o meno in questi termini, circa un mese fa, si è espressa l’Ocse in occasione della presentazione del rapporto “Closing the gender gap”. Secondo i dati contenuti nel rapporto, che denuncia il divario tra uomini e donne nei 34 paesi aderenti all’organizzazione, l’economia italiana - ma questa non è una novità… - è penalizzata dalla scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro. Il nostro Paese, infatti, si colloca al 32mo posto nella classifica delle presenze; peggio di noi solo Turchia e Messico. I numeri in questione sono sostanzialmente ribaditi dalle rilevazioni trimestrali diffuse questa settimana, che evidenziano “larghe disparità” a livello di genere nell’evoluzione del tasso di occupazione: la percentuale di occupati è nettamente più alta tra gli uomini che tra le donne (73,1% contro 57,1%), ma dal 2008 a oggi il calo è stato più marcato per i primi (2,6%) che per le seconde (0,5%). Questa differenza è legata in parte, secondo l’organizzazione, all’aumento della disoccupazione maschile, ma anche a trend divergenti sulla partecipazione al mondo del lavoro, diminuita per gli uomini (-0,7%) e aumentata per le donne (+0,9%).

Su questo e altro ilsussidiario.net ha parlato con Alessandra Servidori, Consigliera Nazionale di Parità, anche in virtù della sua presenza Istituzionale ieri a Modena per il convegno “I recenti interventi normativi a sostegno di occupazione, crescita e competitività del mercato del lavoro. Una lettura di genere”, organizzato dalla Fondazione Marco Biagi - Università di Modena e Reggio Emilia. Guardando in casa nostra - ci dice l’intervistata - «il problema italiano è nei differenziali occupazionali femminili, ma, soprattutto, nell’ampia fascia di lavoro sommerso, irregolare e clandestino di moltissime donne che contribuisce a creare condizioni di esclusione sociale e di sottoutilizzo di capitale umano femminile».

In quest’ottica che passi in avanti ha compiuto la recente riforma del mercato del lavoro?

La riforma Fornero ha messo mano a un mercato del lavoro flessibile per migliorare la qualità, oltre che la quantità dei posti di lavoro, rendere più fluido l’incontro tra obiettivi e desideri delle imprese e delle lavoratrici, consentire alle singole persone di cogliere le opportunità lavorative più proficue, evitando che rimangano intrappolate in situazioni a rischio di forte esclusione sociale. Ciò induce a sperimentate nuove forme di regolazione, di conciliazione del tempo di vita e di lavoro, rendendo possibili assetti regolatori effettivamente vicini agli interessi sia delle lavoratrici che alle specifiche aspettative in loro riposte dal datore di lavoro, nel contesto di un adeguato controllo sociale. La riscrittura di un quadro omogeneo di regole per gli incentivi all’occupazione (vedi art. 4 co. 12-15) e la riconduzione a due modalità di assunzione incentivata per il personale femminile sono senz’altro da accogliere con grande positività (art. 4 co. 11). La L. 92/2012 ha infatti messo ordine in un sistema complesso - fatto di una stratificazione convulsa di provvedimenti, il ritardo cronico nella pubblicazione dei decreti necessari per l’individuazione delle zone ad alto tasso di disoccupazione femminile - che nel tempo aveva portato a uno scarso utilizzo dei meccanismi individuati per il rilancio dell’occupazione femminile (vedi contratto di inserimento, poi abrogato dalla L. 92/2012). Adesso il minimo comun denominatore è la semplicità e l’immediata applicabilità dei provvedimenti.

In che modo il legislatore potrebbe intervenire per favorire ulteriormente l’occupazione femminile?